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«Johnny Depp non è un violento». «Ma non l’ha dimostrato». Ecco le arringhe del processo

Johnny Depp sogghigna, Amber Heard trattiene a stento le lacrime. Nell’aula della County Court di Fairfax in Virginia è calato oggi il sipario sulla parte più spettacolare di una doppia vertenza ad altissimo contenuto mediatico. «Lui non è un santo, ma neanche un violento», ha detto l'avvocatessa Camille Vasquez, designata dai fan come l’ultima conquista del «Pirata dei Caraibi». Se credete a Johnny e non a Amber, «allora siete complici», hanno replicato i legali della sua ex moglie: «Manderete un brutto messaggio alle vittime di violenza domestica il tutto il mondo».

Dopo sei settimane il processo è in dirittura d’arrivo. La violenza in famiglia è stata al cuore delle argomentazioni finali: «C'è una persona che ha commesso abusi in quest’aula, ma non è Johnny. E c’è una vittima di abusi, ma non è Amber», ha detto la Vasquez. Chiuse le argomentazioni degli avvocati, la parola è passata ai sette uomini e donne della giuria che dovranno deliberare all’unanimità.

Johnny ha chiesto 50 milioni di dollari di danni «ma non è una questione di soldi. Vuole la sua vita e la sua reputazione indietro», ha detto Ben Chew, l'altro dei suoi legali, ribadendo che l’articolo firmato da Amber tre anni fa sul «Washington Post», a suo dire, gli avrebbe rovinato per sempre la carriera. Diffamata anche lei quando l’allora legale di Johnny, Adam Waldman, definì «false» le accuse di abusi e la sua «traiettoria da star» morì sul nascere, la Heard ha rilanciato con una richiesta 100 milioni: ma non si aspetta così tanto, era una pretesa simbolica, ha precisato l’avvocato Elaine Bredehoft. Waldman, dopo Johnny e Amber, è la terza persona centrale del processo: la Heard sostiene che parlò a nome dell’ex marito e oggi, nelle istruzioni alla giuria, il giudice Penney Azcarate ha respinto la richiesta del team Depp di considerare quelle affermazioni protette dal privilegio professionale.

L’editoriale sul «Washington Post», in cui Amber si mise in piazza come sopravvissuta alla violenza domestica, è al cuore delle vertenze. Ben Rotterborn, l'altro legale di Amber, ha sostenuto che l'articolo, uscito nel dicembre 2018, era nel suo diritto: «La Costituzione protegge il free speech e lei aveva diritto di discutere la sua vita». Questo processo - ha aggiunto l’avvocato - è molto di più di Depp contro Heard: «È in gioco il Primo Emendamento sulla libertà di espressione». Nell’articolo il nome di Depp non viene mai fatto: «Tutti però sapevano che si parlava di lui», hanno detto i legali dell’attore, nonostante che Johnny «non abbia mai alzato un dito sull'ex moglie, e su nessuna altra donna nei 58 anni in cui è vivo». Un ragionamento che la squadra di Amber ha rovesciato: non sta alla giuria stabilire che Depp è stato un partner violento, «solo che nel corso del processo non è riuscito a dimostrare il contrario».

 

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