Lunedì, 27 Giugno 2022
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Ucraina, il fronte caldo della guerra è fra Mykolaiv e Kherson: ecco come vivono soldati e civili

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Poco più di 130 chilometri separano Odessa da Mykolaiv. Ma per arrivare in questa città famosa per i suoi cantieri navali e la tradizione operaia serve innanzitutto essere pazienti. Prima di vederla all’orizzonte bisogna superare una ventina di checkpoint. Mostrare ai militari il passaporto e spiegare perché mai si è diretti verso Est, verso uno dei centri nevralgici della guerra tra Ucraina e Russia. A volte non basta e, per convincere il militare di turno, è meglio far vedere il bagagliaio. Mykolaiv, è il fronte caldo della guerra. È il luogo dove, all’ombra degli attacchi russi che anche in queste ore hanno colpito l’Ucraina a macchia di leopardo, i due contendenti si giocano parte del loro destino. Strategicamente questo luogo ha pochi uguali nel Paese. Sfondare qui, per i russi, significherebbe aprirsi una strada a doppia corsia verso Odessa e, chissà, verso la vittoria. Sfondare qui, per l’esercito di Mosca, al momento è impossibile. Mykolaiv è stata più volte attaccata ma non si è mai realmente scomposta. Anzi, negli ultimi giorni l’esercito ucraino è passato alla controffensiva. «I russi stanno arretrando, è vero», spiega Alex che, dall’inizio della guerra, è entrato a far parte della resistenza e abita in una delle case riconquistate dagli ucraini.

A 40 chilometri dalla città c'è, di fatto, il nuovo confine tra Ucraina e Russia, là dove termina l'Oblast di Mykolaiv e inizia quello di Kherson, una delle prime aree occupate dal nemico. È in questa zona grigia che Kiev e Mosca si contendono ogni centimetro. Uno dei villaggi chiave, in questo cruento tira e molla, è Lymany. Ci si arriva dopo aver superato un’altra decina di checkpoint e aver fiancheggiato qualche casa sventrata dai missili russi. Lymany ha una manciata di edifici e centinaia di sfollati. Vengono dai villaggi dell’Oblast di Kherson come Prybuzke e Oleksandrivka. Tutti occupati o distrutti dai russi. Famiglie fuggite precipitosamente, chi con la propria auto, chi addirittura a piedi. Lasciandosi alle spalle macerie. Poco meno di un centinaio sono alloggiati in una scuola che affaccia proprio sulla strada principale.

«La mia casa è distrutta, io vorrei andare in Europa. Non so, in realtà, dove andare ma l'importante è che non torno a Prybuzke», racconta Janna. Con lei ci sono neonati, bambini, anziani che, in alcuni casi, non riescono neppure a camminare. La scuola ha un bunker che funge anche da dormitorio. Al piano terra ci sono la mensa e altre stanze per le famiglie più numerose. In una di queste ci sono sei bambini. Uno di loro, sulla lavagna, appena è arrivato a Lymany ha scritto «buongiorno Ucraina». Le attività scolastiche sono interrotte. Aleksandr, che in un’altra vita faceva il professore di ginnastica, ora provvede a dare una mano come tutti i residenti del villaggio. Per i corridoi si aggira un piccolo gatto bianco e rosso. «È un gatto rifugiato, viene anche da Prybuzke», scherza una ragazzina.

I flussi non si fermano, con alterne fortune. Ieri mattina, ad esempio, un convoglio Osce partito da Kherson è stato costretto a fare marcia indietro dai bombardieri russi e spari in aria. Tra sterpaglie e magazzini infuria la battaglia. All’artiglieria russa risponde, continuamente, la contraerea ucraina. Il golfo Boristenico, dove sfocia il grande fiume Dnepr, divide questo tratto di costa dalle propaggini più occidentali della Crimea occupata. Trenta chilometri più a Nord, a Mykolaiv centro, il sabato scorre invece tranquillo e, da queste parti, è una novità. Ma qui la guerra si sente in ogni angolo, dall’hotel distrutto dai missili russi alcuni giorni fa al lungo ponte sul fiume Bug Orientale. È l’unico collegamento per decine di chilometri tra Mykolaiv e la strada che porta a Odessa. Non è neanche fotografabile e qui c'è chi giura che, in caso di estrema emergenza, gli ucraini lo farebbero saltare in aria. Al checkpoint all’ingresso del ponte uno dei soldati, davanti ai visitatori europei, prima sorride, poi alza il pugno e dice: «No pasaran».

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