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LA MANOVRA

La stretta sul reddito di cittadinanza: controlli più rigidi, solo 8 mensilità a chi può lavorare

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Il ministro del lavoro, Marina Calderone

È una delle vere rivoluzioni della manovra 2023. Il reddito di cittadinanza, misura simbolo del Conte 1, bandiera del Movimento 5 Stelle, considerata «sbagliata» da Giorgia Meloni, cambia pelle, trova dei limiti nel tempo e nella platea di destinatari e modifica la sua mission, da misura universalistica di lotta contro la povertà, a sostegno temporaneo in vista dell’entrata nel mondo del lavoro.

Lo farà solo per un anno, poi, nel 2024, scomparirà, anche nel nome, sostituito da un pacchetto di nuove misure a cui il governo di centrodestra punta di lavorare nel corso del prossimo anno. Nel 2023 intanto le principali novità saranno due: la creazione di fatto di due platee distinte di beneficiari, occupabili e non, e la corresponsione del sostegno «a tempo», almeno per i primi. A tutti i destinatari considerati abili al lavoro, quelli compresi tra 18 e 59 anni, il reddito sarà corrisposto per massimo 8 mensilità nell’arco dell’anno. Si tratta, secondo i dati della relazione tecnica allegata all’articolo della manovra, di 404mila nuclei che già ricevono il reddito. Al milione circa di famiglie che ricevono annualmente il sostegno, vanno infatti sottratti i nuclei in cui è presente un minore, un anziano over 60 o un disabile. E, come annunciato in conferenza stampa da Giorgia Meloni e dal ministro del Lavoro Marina Calderone, anche una donna in gravidanza. Alle altre 635 mila famiglie non accadrà quindi nulla. Per loro il Rdc continuerà ad essere corrisposto fino al 31 dicembre. L’importante è che tutti, occupabili o meno, possano dimostrare, a controlli che si annunciano molto più serrati, di essere stabilmente residenti in Italia.

È però proprio su quei 404 mila «nuclei», come un po’ asetticamente vengono definiti nella relazione, che si concentrano anche le altre novità. A partire dal prossimo primo gennaio è previsto per loro un periodo obbligatorio di sei mesi di partecipazione a un corso di formazione o riqualificazione professionale. Le regioni dovranno trasmettere all’Anpal gli elenchi dei soggetti che non rispettano l’obbligo di frequenza perché la mancata partecipazione al corso comporta la decadenza del reddito, così come il primo no ad un’eventuale offerta congrua di lavoro. Un’ulteriore stretta questa, dopo quella inserita lo scorso anno dal governo Draghi, che ha ridotto le offerte da tre a due. Per rispondere alla carenza di manodopera evidenziata nei mesi di ripartenza post Covid in particolare dal settore turistico e agricolo, è inoltre previsto che il lavoro stagionale e intermittente non concorra alla determinazione del beneficio, nel limite massimo di 3.000 euro. Infine, tutti i percettori - non più soltanto un terzo - dovranno essere impiegati in progetti utili alla collettività. Le nuove regole «ponte» dureranno un anno, permettendo di risparmiare 734 milioni di euro. Ma tutti i risparmi ben più cospicui che deriveranno dalla cancellazione del Rdc a partire dal 2024 resteranno vincolati alle stesse finalità: rimarranno infatti a disposizione del «Fondo per il Reddito di cittadinanza» del ministero del Lavoro che però sarà rinominato e diventerà il «Fondo per il sostegno alla povertà e all’inclusione lavorativa».

La revisione ha provocato la levata di scudi dell’opposizione, a partire dal M5S, ma anche dell’associazionismo. Le Acli giudicano «abolire un sussidio che aiuta 3 milioni e 380 mila individui ingiusto e rischioso per la tenuta sociale del paese», parlando della cancellazione del reddito non tanto come di «guerra alla povertà, ma ai poveri». L'Alleanza contro la povertà teme che siano colpite «quelle famiglie in povertà in cui il componente abile al lavoro risulterebbe colpevolizzato rispetto al fatto di non riuscire ad essere occupato entro 8 mesi. La logica - commenta - non può essere quella di tagliare uno strumento, ma di renderlo più efficiente ed efficace».

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