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Giro di vite contro i negozi apri-e-chiudi: «Basta con la concorrenza sleale»

Il sottosegretario Massimo Bitonci

Stretta sulle cosiddette ditte «apri e chiudi», società fantasma, in molti casi straniere, che sono spesso esistenti solo sulla carta e utilizzate per commettere illeciti. Nella manovra finanziaria - spiega la premier Giorgia Meloni in conferenza stampa - ci sarà «una norma di contrasto alla concorrenza sleale di esercizi “apri e chiudi”, cioè quelli che aprono, non versano un euro alle casse dello Stato, chiudono prima dei controlli, spariscono e ricominciano da capo».

Ora - sottolinea la premier - quando l’Agenzia delle entrate ha avvisaglie, convoca gli imprenditori e se non ha le rassicurazioni necessarie, può cancellare la partita Iva o chiedere una fidejussione. «È una misura di buon senso, perché i commercianti devono essere difesi. Credo che possa essere un modo efficace - sottolinea la premier - per combattere abusivismo e concorrenza sleale. Vorremmo - aggiunge - che lo Stato cominciasse a far rispettare regole a chi non lo fa, invece che accanirsi con chi le rispetta».

La misura prevede l’introduzione di indici di allerta sull'analisi del rischio del cosiddetto meccanismo «apri e chiudi», con la convocazione del titolare della partita Iva vincolata da tali indici e, in assenza di spiegazioni, la possibilità di chiusura della partita Iva, con richiesta di fidejussione per eventuali nuove istanze di apertura.

La Lega rivendica in qualche modo la primogenitura della norma. Più di dieci anni fa, Massimo Bitonci, sottosegretario al ministero delle Imprese e storico esponente della Lega, aveva portato in Parlamento una proposta simile: «Allora passò in prima lettura nella legge di bilancio - racconta - ma poi fu cassata perché contestata come norma discriminatoria per le partite Iva straniere». Ma la Lega non ha mollato e anche a inizio legislatura ha depositato alla Camera una proposta di legge, a firma sempre Bitonci, che prevede per le ditte straniere il deposito, da parte della titolare, di una garanzia «fideiussoria bancaria o assicurativa in favore dell’Agenzia delle entrate, per un importo non inferiore a 20.000 euro» che viene restituita all’atto della cessazione dell’attività.

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