Martedì, 20 Ottobre 2020
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IL GIURISTA

Sì della Camera al Ddl Boschi, Mirabelli: "Riforma discutibile, referendum opportuno"

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PALERMO. «Per accelerare i tempi dell’iter di approvazione delle leggi non è necessario ricorrere a una riforma costituzionale». A ribadirlo è Cesare Mirabelli, giurista ed ex presidente della Corte costituzionale, che nel giorno di approvazione del ddl di riforma alla Camera sostiene però il ricorso al referendum confermativo. Perché «sana l’ipotesi di una scarsa rappresentatività parlamentare. Il referendum sarà possibile – spiega - se ci sarà una richiesta di una minoranza parlamentare o di 500 mila elettori o di 5 consigli regionali. Mi pare però che lo stesso governo sia consapevole che il testo di riforma non sarà approvato da una maggioranza tale che escluda il ricorso al referendum confermativo».

Quali sono, secondo lei, i punti deboli della riforma costituzionale promossa dal governo?
«È una riforma discutibile, ma non in conflitto con la Costituzione. Tanto più se ci sarà un referendum confermativo, che è opportuno. Con la fine del bicameralismo perfetto, il tema che può essere in discussione non è quello delle economie che si possono fare, perché si sarebbero potute ottenere riducendo il numero dei senatori e dei deputati. Le nuove funzioni del Senato sono enunciate ma dovranno essere costruite nella prassi. In particolare, nel caso della partecipazione del Senato alle leggi ordinarie che viene meno. Anche se resta un suo potere di intervento. Ciò dovrà essere sperimentato e non è detto che semplifichi la situazione. Dovrebbe farsi anche un ricorso minore alla decretazione d’urgenza, strumento utilizzato spesso dal governo per avere tempi certi nell’approvazione delle sue proposte di legge».

Ma secondo il presidente del Consiglio l’iter delle leggi dovrebbe essere più rapido...
«Se l’esigenza fosse esclusivamente quella di rendere più celere il percorso legislativo, questo è un elemento che è rimesso alla volontà politica. La riforma costituzionale non è lo strumento necessario e indispensabile per assicurare una rapidità della decisione legislativa. La riforma tende a rafforzare l’esecutivo, ma ci sono già altri strumenti per avere leggi in tempi più rapidi, come i decreti legge e i voti di fiducia. La cosa positiva è invece che dopo tanti anni di discussione finalmente si arriva a una conclusione. Un affinamento di alcuni meccanismi sarebbe stato preferibile».

In particolare, secondo lei, che cosa si sarebbe dovuto migliorare?
«Ci può essere una linea di conflitto tra le due assemblee parlamentari sulle rispettive competenze. Ma la riforma rimette ai presidenti delle due assemblee di risolvere questi conflitti. È possibile che il Senato si concentrerà di più sul controllo dell’esecutivo. L’altro elemento un po’ critico riguarda il meccanismo di rappresentanza delle Regioni che è a metà strada tra quello di elezione diretta da parte del corpo elettorale attraverso le regional,i ed elezioni di secondo livello da parte dei consigli regionali. Quello che sarebbe da auspicare è che in sede di sottoposizione a referendum, dopo l’approvazione parlamentare, ci sia un dibattito sereno perché il corpo elettorale sia pienamente cosciente su cosa esprimersi. Abbiamo già un esempio di riforma costituzionale approvata in modo ampio dal Parlamento e bocciata dal corpo elettorale».

Quali conseguenze può comportare la fine del bicameralismo perfetto?
«Il bicameralismo perfetto tende a esprimere una maggiore garanzia di bilanciamento. Anzi, nel disegno originario della Costituzione la durata del Senato era di 6 anni e non di 5 per avere elezioni di medio periodo che verificassero la rispondenza della rappresentanza al corpo elettorale. Il bicameralismo ha creato però una difficoltà perché spesso l’esecutivo si è trovato ad avere una maggioranza in un ramo del Parlamento e di non averla o di averla in maniera più risicata al Senato. E questo ha creato un blocco. Anche qua il problema è più politico».

Come cambiano i rapporti con le Regioni a Statuto speciale? Quali rischi corre l’autonomia siciliana?
«Non ne vedo di rischi. Molto dipenderà da come si svilupperanno le prassi parlamentari. Il Senato potrebbe essere una sede di interfacciamento tra esigenze regionali e Stato centrale, agevolando un maggiore dialogo e una chiarezza tra gli interessi delle due parti. Non credo che cadranno delle prerogative dello Statuto. Ciò dipende piuttosto dal fatto che le autonomie dimostrino di meritare la ricchezza delle attribuzioni che hanno e che possono avere».

Come cambia il ruolo della Corte costituzionale che, secondo il ddl, potrebbe avere un controllo preventivo sulle leggi?
«Il ruolo non cambia se non per questo aspetto. Il testo del ddl prevede che la minoranza parlamentare possa fare ricorso alla Corte preventivamente per le leggi elettorali. Questo evidentemente è avvenuto sulla base dell’esperienza della legge elettorale attuale, che è stata dichiarata costituzionalmente illegittima in più parti. Ciò ha comportato che il Parlamento sia stato eletto in parte sulla base di una legge elettorale giudicata incostituzionale con un indebolimento del Parlamento che questo forse non ha avvertito».

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