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L'ESPERTO

Colombo: le donne dell'Isis, relegate in casa o votate al suicidio in nome del jihad

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PALERMO. «Una triste tradizione dell’estremismo islamico da un lato relega le donne al focolare domestico, ma dall’altro ha imparato a usarle in caso di necessità». Valentina Colombo, docente di Geopolitica dell’Islam all’Università Europea di Roma, invita a non sottovalutare ruolo e peso delle «jihadiste» nelle organizzazioni terroristiche. Non solo madri e mogli, insomma. La conferma, l’ultima in ordine di tempo, è arrivata dalla scoperta della presenza di una ragazza, almeno una, tra gli autori della strage di Parigi. Si chiamava Hasna Aït Boulahcen, aveva 26 anni, è morta durante il blitz delle forze speciali francesi nel covo di Saint Denis per l’esplosione provocata da un fondamentalista-kamikaze.

Per costruire il proprio regno dell'orrore, il califfo ha sempre più bisogno di miliziane?
«Nel gennaio 2004, per la prima volta, una madre palestinese di appena 21 anni si fece esplodere uccidendo quattro israeliani e lasciando due figli, l’uno di 18 mesi e l’altro di 3 anni. L’attentato, consumatosi a Gaza, ha rappresentato un grave salto qualitativo nella strategia dell’estremismo Islamico. L’identikit dell’aspirante "martire", intanto, è progressivamente mutato».

I terroristi cambiano pelle. Come?
«Si è passati dal maschio giovane, motivato dalla disperazione economica o dalla sete di vendetta, all’adulto di entrambi i sessi spinto da una scelta ideologica indipendente dallo status socio-economico-religioso e ispirata da una crisi di identità, come dimostrano gli attentatori dell’11 settembre. Il caso della giovane Reem Reyashi, benestante e sostanzialmente laica, ha ampliato spaventosamente le possibilità di arruolamento dell’esercito della morte coinvolgendo le madri, ovvero le persone che più di altre dovrebbero avere a cuore la salvaguardia della vita propria e dei propri figli. Se per una mente occidentale è difficile comprendere come l’estremismo islamico possa giustificare e autorizzare un attentato suicida da parte di un uomo, lo è ancora di più qualora si tratti di una donna. Sembrerebbe un controsenso».

Invece?
«Invece l’Islam estremista che ritiene che la donna debba coprirsi, vivere una vita riservata, muta parere qualora possa diventare uno strumento utile per ottenere un fine, ovvero uno strumento di resistenza. Basta leggere una fatwa (parere rilasciato da un esperto di legge coranica, ndr) emessa dallo shaykh Yusuf al-Qaradawi, teologo di riferimento dei Fratelli musulmani, circa le donne-kamikaze: "L’operazione di martirio è la più alta forma di jihad sulla via di Dio... una donna ha il diritto di parteciparvi accanto agli uomini poiché possono talvolta fare ciò che è impossibile per gli uomini". Ma la parte più interessante riguarda la questione del velo...».

Una donna può liberarsi del velo per una «causa superiore»?
«Cito ancora Al-Qaradawi: "Per quanto riguarda il velo, una donna può indossare un cappello o qualsiasi altra cosa per coprirsi il capo. Qualora necessario, può togliere il velo per portare a compimento l'operazione perché morirà per la causa di Dio. Quindi non vedo alcun problema nel togliere il velo in questa occasione”. Inutile ogni commento».

La foto di Hasna Aït Boulahcen resta tra le immagini-simbolo del massacro parigino. Un inatteso salto di qualità, la presenza di quella ragazza nel gruppo terrorista?
«Anche in questo caso nulla di nuovo. Il 9 novembre 2005 la belga Muriel Degauque, 38 anni, convertita all’Islam, si fece esplodere a bordo di un’auto imbottita di esplosivo sulla strada per Baquba, sessanta chilometri a nord di Bagdad. Quindi, qualora confermata la tesi del suicidio-immolazione da parte della francese, l’atto va considerato come la conseguenza dell’adesione all'ideologia che promuove la superiorità della morte rispetto alla vita».

Almeno 550 occidentali — almeno la metà di loro francesi, inglesi e tedesche — hanno raggiunto lo Stato Islamico. La loro età media va dai 16 ai 25 anni. Perchè una ragazza europea decide di trasformarsi in una «muhajirat», un'immigrata del Califfato?
«Uno studio pubblicato nel 2006 dall’Università di Haifa affermava che da un approfondimento della vita delle donne kamikaze emergeva che nella maggior parte dei casi si trattava di persone che avevano commesso un peccato ritenuto grave in ambito islamico, dall’adulterio all’avere macchiato l’onore della famiglia, per cui l’immolazione alla causa del jihad risultava il modo migliore per purificarsi e conquistare il paradiso. Il ritratto delle donne che combattono sulla via di Allah e che, quindi, migrano verso lo Stato Islamico è diverso».

Cioè?
«Studi più recenti relativi allo specifico caso dello Stato Islamico evidenziano che alla radice della migrazione femminile si trova, come nel caso di quella maschile, la ricerca di identità come conseguenza di una mancata integrazione, di carenze affettive e di disagio psico-sociale. È il caso di Hasna. Dopo un’infanzia in cui è stata maltrattata da genitori che si sono ben presto separati, è stata data affidata tra gli otto e i 15 anni a un’altra famiglia. A 15 anni abbandona la famiglia e abbraccia una vita marcata da droga e alcool. Nell’ultimo anno il cambiamento: niqab e avvicinamento all’ideologia. Il resto è storia nota. Tuttavia, mentre gli uomini dell’Isis vi intravvedono la possibilità di diventare un eroe tout court, gli studi evidenziano nelle donne un maggior coinvolgimento ideologico alla causa di Allah».

Viviana Mazza, nel libro sull'Isis curato dal «Corriere della Sera», sottolinea come quel gruppo più di altri sia particolarmente impegnato nel reclutamento delle «spose del Jihad». Perchè?
«Tutte le ideologie dell’Islam radicale considerano la donna come corpo, come sedizione, ma in prima istanza come oggetto e strumento di piacere dell’uomo e l’ideologia dell’Isis può essere considerata l’apoteosi di questa visione. Inoltre, al pari del suicidio femminile in nome di Allah, il "jihad al-nikah" — il jihad del matrimonio — viene considerato un modo per purificare il proprio corpo unendosi, anche con matrimonio temporaneo, a chi combatte il vero jihad, quello con le armi».

Lei ha scritto un saggio dal titolo «Vietato in nome di Allah». Ma esiste qualcosa di «Vietato in nome di Allah» anche per i tagliagole del Daesh?
«Per i seguaci delle ideologie Islamiche radicali gli uomini hanno diritti a patto che non valichino i limiti posti da Allah. In altre parole l’uomo è libero sino a che rispetta i dettami della sharia (la legge coranica, ndr). In caso contrario può/deve essere punito in base al codice penale Islamico, la cui interpretazione più aberrante è quella dello Stato Islamico, seguita dai codici penali di paesi come l’Iran e l’Arabia Saudita».

In un’intervista al «Giornale di Sicilia», Manlio Graziano ha parlato di «fantaccini che usano la guerra santa come pretesto». Davvero la religiosità sanguinaria è solo un «pretesto» per i figliocci di Abu Bakr al-Baghdad?
«L’Isis è uno dei tanti volti dell’Islam politico, ovvero dell’Islam che ha come scopo ultimo il potere politico sotto forma di califfato oppure di infiltrazione nelle istituzioni di un paese, così come previsto dalla Fratellanza musulmana. Se la matrice è indubbia, è pur vero che l’Isis e i suoi seguaci non hanno nulla a che vedere con la religione che molti musulmani vivono nelle loro famiglie. La sfida del futuro sarà quella di fare riemergere la pluralità dell’Islam popolare, "tradizionale", quale miglior antidoto a qualsiasi ideologia che promuova l’unico vero Islam».

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