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«Rischio di esodo verso la Sicilia se il Califfato si prende la Libia»

Per l’analista dell’Ispi «possibile un’invasione di profughi da quelle zone, ma non ci sono pericoli derivanti da lancio di missili»

«L’Isis sta cercando di ripetere quanto già fatto in Iraq, in Siria. E la Libia si presta bene, perchè è ormai un territorio anarchico». Per Arturo Varvelli, capo dell’Osservatorio sul terrorismo dell’Istituto Studi di Politica Internazionale-Ispi che ha sede a Milano, il Califfato nero fa scuola anche nell’ex regno di Gheddafi: «I miliziani — spiega il ricercatore, autore di alcuni saggi sulla tormentata nazione libica — stanno replicando un modello che da un lato punta a terrorizzare le popolazioni locali, dall’altro mira alla conquista dei media per fare propaganda interna. A curarsi di migliorare le strategie di guerra stanno provvedendo alcuni consiglieri militari inviati dallo Stato Islamico, come Abu Nabil al-Anbari (ex generale dell’esercito iracheno di Saddam Hussein, ndr)».
Da Derna a Sirte, prosegue l’avanzata di quello che gli arabi chiamano «Daesh». L’Isis, appunto. Dobbiamo prepararci a un esodo di libici verso la Sicilia?
«È un rischio potenziale che non mi sentirei di escludere. È più facile, però, che il problema investa soprattutto Egitto e Tunisia. Nel corso della guerra civile del 2011, peraltro, furono allestiti campi profughi proprio in Tunisia. Tutto questo, comunque, non è imputabile all’Isis...».

Cioè?
«Il vero problema è che la Libia è ormai al collasso economico per due ragioni: il calo del prezzo del greggio e la guerra civile, che sta limitando le estrazioni petrolifere. Oggi, sono circa un quinto rispetto al potenziale. Questo comporterà una crisi fiscale, che ha già prodotto effetti come il crollo delle importazioni di farina. Insomma, siamo a un passo dalla carestia».
Considerevoli, da sempre, gli investimenti italiani in quel Paese. Piove sul bagnato?
«Le nostre imprese vantavano crediti per un miliardo di euro, derivanti da commissioni degli anni ’80 e da altre più recenti. La Libia, poi, non ha più finanza pubblica e quindi ha rinunciato a quei lavori su cui contavano molte aziende italiane. Tutto fermo anche nell’attuazione dell’accordo bilaterale del 2008, che imponeva al nostro Stato la realizzazione di alcune opere in quel territorio».

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