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Raffaella Carrà, dall'ombelico dello scandalo alla conta dei fagioli: vita all'insegna dello show

Raffaella Carrà

Da dove cominciare? Dall’orfananza collettiva che ci ha accomunati quando è arrivata, inattesa, la notizia? Dall’artista che non volle farsi diva malgrado fosse diventata più che diva, un’icona? Dalla romagnola caparbia e fiera che non le manda a dire? Dalla donna che ha insegnato a tutti un po’ di libertà? Dalla professionista rigorosa, l’unica capace di ammettere «ho sbagliato» in un mondo di onnipotenti egocentrici? Dal rimpianto di non essere stata madre, lei che madre è comunque stata di cinque ragazzi, ormai uomini e donne maturi, gli stessi che hanno dato l’annuncio della sua morte, le tre sorelle Boncompagni e i due nipoti, figli di suo fratello scomparso prematuramente?

Da dove cominciare? Dalla bambina scarpette e tutù, dalla commedia musicale all’ombra di Mastroianni e di G&G, dall’ombelico del sabato sera, dai fagioli sotto vetro del mezzogiorno, dai people show delle carrambate, dalla vedette internazionale con milioni di dischi venduti, dall’intervistatrice della gente comune e dei vip?

Vedete quante cose è stata Raffaella Pelloni da Bellaria-Igiea Marina, in arte Carrà, nei suoi 78 anni di cui gran parte vissuti sotto i riflettori ma quante cose è stata anche lontana dalla ribalta, l’artista e la donna, cresciuta in un mondo di donne (la mamma e la nonna), un volto senza maschera.
La piccola romagnola ha avuto sempre ben chiaro quale fosse la sua strada. La danza, per prima, e approda a Roma dove pare che Jia Ruskaja, temutissima direttrice dell’Accademia Nazionale, intraveda per quella ragazzina un futuro quasi certo.

Ma Raffaella ha fame di arte a 360°, si iscrive al Centro Sperimentale di Cinematografia, compare anche in qualche film, salta sul palcoscenico della commedia musicale, si fa notare in alcuni programmi tv, ruoli secondari, da cornice, ma quello sotto la luce rossa delle telecamere sarà il suo destino. In tv recita nello sceneggiato musicale «Scaramouche» con Modugno, al cinema è accanto a Frank Sinatra ne «Il colonnello von Ryan», le propongono Hollywood ma rifiuta e vira verso il teatro adocchiata da Garinei e Giovannini e per una stagione è al Sistina tra le svenevoli fidanzate di Mastroianni-Rudy, torna sul video con Nino Ferrer per «Io, Agata e tu» nel ‘69. Ma la sua consacrazione sarà l’anno dopo con la prima di due edizioni consecutive di «Canzonissima» di clamorosa fortuna d’ascolti, pilotate insieme a Corrado. È lì, in quel Delle Vittorie che rappresenta, in scala, un Paese impazzito per lei, che si fa strada, tra le marcettine che assaltano la hit parade, i balletti ammiccanti, il celeberrimo corpetto di Corrado Colabucci che lascia scoperto l’ombelico nel «Tuca tuca» e fa sbarellare Vaticano e benpensanti in un’Italia che ha appena detto sì al divorzio.

È il trampolino di lancio per l’artista che in quel momento ha al suo fianco, nella vita e nel lavoro, Gianni Boncompagni, mentore, complice, compagno, la star che ammalierà le platee di più continenti, quella delle canzoni allegre e ottimiste, dei balletti sfrenati, degli show nei palasport e negli stadi, la primadonna multilingue addirittura venerata nei Paesi latino-americani. Anni e anni di tournée senza però dimenticare la televisione, sia in Italia che all’estero. Tra un rientro e l’altro, una grande occasione gliela offre Antonello Falqui che ha l’idea di affiancarla a Mina in quell’enciclopedia dei generi di spettacolo nei decenni che è «Milleluci», l’ultimo grande show della vecchia e mai troppo rimpianta televisione. Si divide tra «Hola, Raffaella» che è un cult in Spagna, e le prime stagioni di «Fantastico».

Raffaella ancora non sa che di lì a poco vivrà una seconda carriera e che sconvolgerà ancora una volta il tran-tran borghese del telespettatore: è quando le affidano una fascia oraria mai sperimentata prima, quella del mezzogiorno, il primo format di infotainment della Rai, un po’ di talk, un po’ di spettacolo, un salotto sui cui divani si accomodano scrittori e cantanti, scienziati e ballerini, è l’invenzione della
«telefonata» da casa perché il pubblico possa giocare e vincere indovinando il numero dei legumi contenuti in una boccia o il misterioso motivo per cui la padrona di casa dica «giallo». Ascolti da brividi anche se Raffa, da buona «rezdora», come dicono dalle sue parti, sta con i piedi per terra. Nella seconda metà degli anni ‘80 è abbagliata anche lei, come molti, dallo specchietto per le allodole berlusconiano: sarà un amore che, così come per gli altri transfughi Rai, durerà poco. Tornerà alla casa madre, a viale Mazzini.

Dove la aspetta una terza vita televisiva, quella del people show, affiancata da qualche tempo, dal suo nuovo compagno, Sergio Japino, suo ex ballerino e coreografo: ed ecco le numerose stagioni di «Carràmba», i sabati dei ricongiungimenti familiari e delle lacrime, degli abbracci tra vecchi commilitoni o compagni di scuola, delle sorprese per i fan di questo o quell’artista. Lei avrebbe voluto le stesse edizioni per un’altra sua idea, «Amore», sul tema delle adozioni a distanza, che ottiene oltre centomila adesioni di solidarietà ma purtroppo ascolti non soddisfacenti.

Gli ultimi anni sono quelli del lavoro un po’ dietro le quinte, «The voice» nel ruolo della coach di giovani talenti ma pure del ritorno alle chiacchiere, alle confidenze, alle confessioni con «A raccontare comincia tu». Rimettendosi in gioco ogni volta, da idea a idea, da progetto a progetto, da una rete all’altra. Con entusiasmo.

Raffaella tentò anche un Sanremo, nel ruolo di conduttrice. Era il 2001, non andò bene. Alla fine di quell’abnorme fatica che è il festival, dichiarò: «Gli errori sono tutti miei». Lasciò a bocca spalancata 400 inviati abituati a gente che spacciava palesi sconfitte per patetiche vittorie. È stata grande anche per questo, Raffa: non ha mai barato.

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