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L'INTERVISTA

La variante inglese del Covid, Pregliasco avverte: "Più diffusa tra i giovani"

di
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Il virologo Fabrizio Pregliasco

Sappiamo che la mutazione è già in circolo, almeno dallo scorso dicembre, soprattutto nel centro-Italia, ma anche in Sicilia, dove i laboratori regionali di riferimento hanno già individuato oltre 80 casi tra Palermo, Catania e Siracusa, ma rispetto al ceppo originario, quanto è temibile la cosiddetta variante inglese del Coronavirus?

Il virologo Fabrizio Pregliasco, docente all’università di Milano, non ha dubbi: «È sicuramente più contagiosa di SarsCov2, tanto che, nel giro di qualche mese, da nord a sud del Paese è stata riscontrata un’incidenza del 20% circa sui nuovi positivi. Il rischio, adesso, è che diventi dominante soppiantando il virus progenitore, anche perché, a quanto sembra, oltre che fra gli adulti è più velocemente trasmissibile anche tra i giovani, dunque in ambito scolastico e nel contesto familiare».

È anche più letale?

«Le prime ricerche in materia dicevano di no, ma dagli ultimi studi emerge qualche segnale di un maggior tasso di mortalità tra i pazienti colpiti, anche se è ancora tutto da confermare. Sembra ormai certo, invece, che i vaccini al momento disponibili in Italia siano efficaci anche sulla variante inglese. Se riusciremo a fare una massiccia campagna vaccinale, potremo convivere meglio pure con questo ceppo».

E con gli altri due, il brasiliano e il sudafricano?

«Forse un po’ meno: i vaccini potrebbero avere più difficoltà a neutralizzare queste due varianti, soprattutto quella sudafricana, ma siamo allo stadio delle ipotesi, manca l’evidenza scientifica, così come i dati sul tasso di letalità dei due ceppi. In ogni caso non abbiamo alternative: dobbiamo fare il vaccino, che comunque darà una certa protezione, e magari fare i richiami dopo sei mesi, come accade oggi per l’influenza».

Chi è colpito da variante inglese, brasiliana o sudafricana e sviluppa la sintomatologia del Covid-19, in ospedale va curato nello stesso modo? E la doppia mascherina, sulla quale stanno puntando i virologi statunitensi, può essere un’arma in più sul fronte della prevenzione?

«Il trattamento della sintomatologia è lo stesso, non c’è alcuna differenza nei farmaci utilizzati. Quanto alla prevenzione, anche se la variante inglese è più contagiosa e comporta una maggiore concentrazione di molecole virali nella saliva, la profilassi è sostanzialmente identica a quella che abbiamo seguito finora per il Coronavirus, magari con qualche attenzione in più in termini di distanziamento. L’importante è non abbassare la guardia».

Pensando alla rapida diffusione del ceppo in Italia, il Cts nazionale e l’Istituto superiore di sanità chiedono misure più dure rispetto a quelle previste in fascia gialla, e alcuni suoi colleghi invocano addirittura il lockdown. È d’accordo?

«Un rafforzamento delle restrizioni andrebbe fatto, al più presto possibile, soprattutto nelle regioni in “giallo”. È chiaro, poi, che un lockdown puro, come quello che abbiamo vissuto nella prima fase dell’epidemia, riuscirebbe ad arginare il virus, in tutte le sue varianti, in modo più radicale, immediato e duraturo, ma visto il disagio sociale ed economico prodotto dall’emergenza sanitaria, sarebbe una scelta politica non facile da attuare».

In Sicilia, come nel resto d’Italia, per individuare le tre principali mutazioni del virus ricorriamo al sequenziamento genetico dell’estratto molecolare prelevato dai tamponi: uno studio che richiede giorni. Non c’è un sistema più veloce?

«Al momento no, e questo rallenta molto l’analisi dei campioni. Bisognerebbe potenziare la rete dei laboratori, acquistando più macchine adatte al sequenziamento, ma si tratta di apparecchi piuttosto costosi».

A proposito di vaccini: a Palermo un infermiere del Civico, cui era stata inoculata la seconda dose dell’antidoto lo scorso 27 gennaio, è risultato positivo al virus. Ma come è possibile?

«La protezione avviene al 50% dopo 12 giorni dalla somministrazione della prima dose, per salire fino a oltre il 90% dopo una settimana dalla seconda dose, ma il 100% di copertura non è assicurato e possono esserci delle infezioni, seppur molto raramente. Ma anche in questi casi, il vaccino protegge comunque: è assai improbabile che la persona infettata possa sviluppare sintomatologie gravi».

Chi fa la prima dose e viene poi colpito dal virus, una volta negativizzato deve effettuare la seconda o può essere considerato già immune e non ne ha più bisogno?

«L’infezione naturale dà una buona spinta versa l’immunizzazione, e non vale dunque la pena inoculare la seconda dose vaccinale, quantomeno non subito. Più avanti, una volta negativizzata, la persona guarita dal virus dovrebbe sottoporsi a tampone per capire quanti anticorpi ha ancora, e sulla base del risultato effettuare la seconda dose, che prima o poi andrebbe comunque fatta».

Professore, ma quando usciremo furi dal tunnel?

«Ci vorreanno almeno due anni, considerando anche il completamento della campagna vaccinale».

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