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L'OPERAZIONE

Colpo alla 'Ndrangheta, tre siciliani arrestati: "Il blitz più grande dopo il Maxiprocesso"

'ndrangheta, Sicilia, Cronaca
Il procuratore della Dda di Catanzaro Nicola Gratteri

Ci sono anche tre siciliani arrestati nella maxi operazione, condotta dai carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Vibo Valentia - su richiesta della Dda - che ha portato all'arresto di 334 presunti esponenti della 'Ndrangheta, in tutta Italia. I tre siciliani arrestati sono Francesca Collotta, 41 anni, di Palermo; Elisabetta Lo Riggio, nata a Siracusa, 49 anni e Paolo De Domenico, nato a Messina, 50 anni.

«Numericamente questa è la seconda maxioperazione dopo il primo maxiprocesso di Palermo di Falcone e Borsellino l’epicentro è a Vibo, la famiglia dei Mancuso di Limbadi ma ci sono stati arresti in tutta Italia. L'indagine nasce il giorno del mio insediamento quando ho detto che dovevamo lavorare in modo radicale nei territori dove andiamo», ha detto il procuratore della Dda di Catanzaro Nicola Gratteri.

«Politici coinvolti, avvocati, commercialisti, funzionari pubblici, cancellieri del Tribunale, è tutta gente - ha aggiunto Gratteri - che aveva un lavoro non aveva bisogno di mettersi al servizio dell’ndrangheta. Le cosche non sono in grado di fare riciclaggio sofisticato, per farlo hanno bisogno di professionisti i quali si sono messi a disposizione».

Complessivamente sono 416 gli indagati, accusati a vario titolo di associazione mafiosa, omicidio, estorsione, usura, fittizia intestazione di beni, riciclaggio e altri reati aggravati dalle modalità mafiose.

Politici, avvocati, commercialisti, funzionari infedeli dello Stato e massoni figurano tra gli arrestati. Tra loro anche l'avvocato ed ex parlamentare di Forza Italia Giancarlo Pittelli, il sindaco di Pizzo Calabro e presidente regionale dell'Anci, Gianluca Callipo, l’ex consigliere regionale della Margherita e poi Pd, Pietro Giamborino (domiciliari), il segretario del Psi calabrese Luigi Incarnato (domiciliari).

Il gip ha imposto il divieto di dimora in Calabria per l’ex parlamentare ed ex assessore regionale del Pd Nicola Adamo, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.

L’inchiesta delinea il potere del clan Mancuso di Limbadi, che esercita la sua egemonia in ogni settore, illegale e apparentemente legale, su tutto il Vibonese, con propaggini anche nel Nord Italia e legami consolidati con Cosa nostra. Il tutto, secondo la procura guidata da Nicola Gratteri, grazie ai servigi di personaggi al di sopra di ogni sospetto, «colletti bianchi» in grado di procurarle informazioni e affari.

Centrale la figura di Pittelli, uomo che, secondo gli investigatori, sfruttava la sua appartenenza alla massoneria, oltre che i suoi legami politici e professionali, per favorire gli interessi del clan Mancuso.

LA FIGURA DI PITTELLI  - L’«affarista massone dei boss della 'ndrangheta calabrese», non un soggetto «contiguo» ma un «vero e proprio associato». «Uno di noi» - come lo definisce un pentito - che si interessa «in modo smisurato» dei destini di mogli e figli dei capi mafiosi, alle quali fa continui regali e nei confronti delle quali si lascia andare a giudizi lusinghieri: «devi vedere che bella, che belle figlie, che bella famiglia». È il ritratto di un 'uomo d’onore' quello che il Gip fa in più di 1.200 pagine di ordinanza dell’avvocato ed ex senatore di Forza Italia Giancarlo Pittelli. Un ritratto che lui stesso non smentisce quando, in un’intercettazione durante un incontro del giugno 2018 con Luigi Mancuso, ammette: «Noi santi non siamo, ti devo dire la verità». O quando, dopo un ulteriore riunione con il boss, dice al suo interlocutore: «mi ha voluto far incontrare i fratelli». C'è, scrive il gip nell’ordinanza, una «contiguità costante o, per meglio dire, la partecipazione vera e propria alla consorteria»: Pittelli non è un «mero concorrente esterno" ma «l'affarista massone», «dotato di un ruolo suo proprio».

Quale sia il ruolo di Pittelli, il gip lo spiega ricostruendo tutte le volte che i boss si sono rivolti a lui. Lo fa Luigi Mancuso affinché l’ex senatore si desse da fare con i suoi amici all’università di Messina per far passare un esame alla figlia. E lui non si tira indietro. «Vieni con me tesoro, vieni con me - dice ad un interlocutore raccontando cosa disse alla ragazza - vado all’università, chiamo l’avvocato Candido che è il cugino del nuovo Rettore, il rettore hanno fatto Cuzzocrea, che questo rettore io ho difeso il padre ad un processo che era l’ex rettore...e allora chiamo il rettore». E, aggiunge, «questa ragazzina scoppia a piangere e mi faceva 'troppo avvocato, troppo avvocato troppo'.».

A lui si rivolge anche Saverio Razionale, una figura di livello della cosca, chiedendogli di intercedere con il Policlinico Gemelli affinché suo figlio potesse essere inserito nell’organico; e, ancora, lo fa di nuovo Mancuso per far trasferire un direttore delle Poste legato ai Piromalli. In sostanza, tira le somme il giudice, l’ex senatore di Forza Italia «mette a disposizione le sue conoscenze in Italia e all’estero per consentire il radicamento e la forte penetrazione della 'ndrangheta in ogni settore della società civile: nelle università, negli ospedali più rinomati, all’interno dei servizi segreti, nella politica, negli affari nelle banche». Con un obiettivo: «ottenere un ritorno nel proprio interesse». Vale a dire «le nomine nei grossi processi», un «avanzamento in politica», nonché doni «molto costosi, come gioielli di lusso».

Nell’ordinanza si parla anche di un contatto di Pittelli con Lorenzo Cesa, europarlamentare e segretario dell’Udc, «tramite il quale sperava di poter ottenere una sponsorizzazione per l'elezione a membro laico del Csm». A definire il ruolo di Pittelli sono anche i pentiti. «So per certo - mette a verbale ad agosto 2016 Andrea Mantella - che l'avvocato è un massone che si prestava a fare favori ai suoi assistiti e a soggetti diversi....Razionale mi disse che Pittelli era un 'amicò e lo definiva 'uno dei nostrì» ma «io lo sapevo già prima...e su ciò non ho dubbi». Per il maestro venerabile Cosimo Virgiglio, sentito a novembree del 2016, l’ex senatore «aveva una doppia appartenenza, una 'pulità con il Goi del distretto catanzerese e poi una loggia coperta 'sussurratà.» Di massoneria parla lo stesso Pittelli, quando spiega all’avvocato Guido Contestabile perché è fondamentale passare da quella calabrese a quella romana. «Allora non è importante in Calabria...perché ha una grossa consistenza il rapporto con il maestro venerabile, il numero uno italiano e poi con il rito scozzese, il rito scozzese ti apre le porte e le autostrade mondiali...hai l’obbligo del segreto...conosci un sacco di gente...conosci i fratelli fuori...». Nella figura dell’ex senatore «si sublima quella linea indefinita, appena sfumata, di contatto tra gli alti vertici della 'ndrangheta e gli alti vertici della società» tira le somme il Gip, che poi conclude: il «coacervo di relazioni tra i 'grandì della ndrangheta calabrese e i 'grandì della massoneria, tutti ben inseriti nei contesti strategici (giudiziario, forze armate, bancario, ospedaliero e via dicendo), è l’effetto del pactum sceleris in forza del quale il Pittelli si è legato stabilmente al contesto di «ndrangheta massona», stabilmente a disposizione dei boss».

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