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IL RITRATTO

Le facce di Monica Vitti, sempre oltre le attese

di
Nei suoi film l’essere donna che unisce presente e passato
Sicilia, Cinema
Monica Vitti

C'è sempre un «prima» e un «dopo» nel tragitto artistico di Monica Vitti, un percorso in parallelo con il miglior cinema italiano dopo le glorie del Neorealismo e capace di essere applaudito e illuminato ben oltre i confini di Cinecittà. Monica è stata l’icona di un’Italia moderna e problematica grazie al cinema del suo mentore Michelangelo Antonioni, ma ha scolpito il ritratto del femminile anche e soprattutto con le chiavi della commedia, abbracciata e cucita sulla sua personalità dalla metà degli anni '60 in poi.

Prima di lei esiste un modello di donna (madre, amante, fidanzata) che si rispecchia sia nella drammaticità classica di Anna Magnani che nella ritrovata prosperità della generazione di Sofia Loren e Gina Lollobrigida. Con lei - come negli stessi anni con Claudia Cardinale - si impone invece un’idea della donna che risulta fin dal principio spiazzante per il pubblico come per la critica. Nelle due facce che la sua carriera oggi ci lascia, l’attrice è dapprima «Monica», ovvero l’alter ego del suo regista Antonioni nel mondo contemporaneo - industriale, intellettuale, economico e morale - con cui il Paese si lascia alle spalle la dimensione contadina e impoverita che è uscita dolorosamente dalle macerie della guerra.

Dagli anni '70 diventa invece «la Vitti», colonnella della commedia all’italiana che fotografa una società in piena trasformazione, riconoscibile all’estero ma altrettanto capace di raccogliere i tratti identificativi di un paese e della sua cultura. A cavallo tra queste due immagini di sé si può ben dire che Monica Vitti è riuscita a creare un’inattesa osmosi nel segno dell’identità femminile, ogni volta in grado di superare lo stereotipo col quale era sempre in grado di giocare con quella dose di autoironia che ne contraddistingue l’immagine e la popolarità. Anche per questo è entrata nell’immaginario collettivo ben oltre il confine degli appassionati di cinema.

Oggi dire Monica Vitti significa identificare una modalità dell’essere donna che riunisce in sé presente e passato, dalla Tosca risorgimentale di Gigi Magni alla Claudia di «L'avventura», dall’Assunta della «Ragazza con la pistola» a Ninì Tirabusciò, da Teresa la ladra alla travolgente Dea Dani di «Polvere di stelle».

Ciò è costato all’interprete non solo una originalissima duttilità nel modo di apparire, ma una costante scommessa con se stessa, quella di essere sempre un passo avanti rispetto allo stile comune: anomala nella voce quando trionfava il «bel dire»; indipendente e anticonformista quando era ancora in auge un’idea tradizionale del costume; fragile e insicura quando si affermava la donna «che non deve chiedere«; padrona del proprio destino (sempre più spesso si avverte il suo marchio nei dialoghi con cui poi veste i suoi personaggi) quando il mondo cerca ancora di rinchiudere la donna in un recinto ancillare. Il silenzio in cui, suo malgrado, si è rinchiusa negli ultimi anni, così stridente rispetto alla sua naturale e appassionata comunicativa, è oggi quasi il fatale contrappasso rispetto ai suoi esordi nel segno dell’incomunicabilità. Ma è forse anche una ragione dell’amore e della tenerezza con cui lo sterminato mondo del cinema la saluta oggi: fissata nel tempo grazie a tutti i suoi successi, resa eternamente giovane dal fascino dell’irraggiungibilità, indimenticabile oltre il passare delle mode.

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