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Zaporizhzhia: da incubo nucleare a meta dei profughi in fuga dalle città assediate

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Quando all’inizio del marzo scorso nella centrale nucleare di Zaporizhzhia ci fu l’attacco russo, tremò tutto il Continente. La città, impreparata alle bombe, era ancora in attesa dell’arrivo di poche decine di profughi da ospitare in un circo sovietico. Poi sono arrivati in centinaia e dormivano sulle brande sistemate nella pista per i cavalli e le tigri. Ora che diversi villaggi sono stati rasi al suolo, di rifugiati ne giungono fino a tremila al giorno, tutti in fila ad aspettare per sapere dove andranno.

In pochi giorni ora a Zaporizhzhia la guerra però è diventata una faccenda burocratica: è la meta di profughi che compilano documenti, indirizzi, firme, indicazioni per essere ospitati in Polonia o nel resto dell’Europa, Italia compresa. Gli sfollati che arrivano da Mariupol, Melitopol e Donetsk stavolta si mettono in fila davanti a un ben più grande grande complesso fieristico. Fuori ci sono i profughi, dentro ci sono i padiglioni con il materiale che arriva da tutto il mondo: scarpe, pannolini, sapone e cibo. E i volontari hanno collaudato una catena di montaggio di confezionamento, con decine e decine di buste della spesa già pronte ad essere portate via: contengono pane barattoli di carne, pane, porridge, wafer e marmellata.

«Dopo le fosse comuni viste a Bucha i numeri degli arrivi si sono triplicati, la gente ha troppa paura di fare la stessa fine», spiega Yuri, 34 anni, uno dei volontari che ha cominciato ad accogliere la sua gente già dal 2014, quando la guerra riguardava solo chi abitava sulle rive del Donec. «Prima le persone scappavano dal Donbass a Mariupol. Adesso scappano da Mariupol fino a qui», aggiunge chiedendosi dove arretrerà ancora la linea di confine da superare per mettersi in salvo. Le famiglie si fermano solo un giorno alla fiera, dopo le pratiche c'è giusto il tempo di prendere qualcosa da mangiare e controllare se tra gli indumenti usati c'è anche una scarpa del loro stesso numero o il vestito con la taglia giusta. Poi si riparte sui pullman, molti verso Leopoli, a un passo dall’Europa. Gli unici che in questo posto sembrano divertirsi sono per fortuna i bambini.

«Li aiutiamo mentre i genitori sono qui. Diamo loro giocattoli, libri, li facciamo dipingere. Forse hanno subito uno shock, ma quando vedono quest’area sorridono sotto gli occhi dei loro familiari commossi», dice Anastasia, una volontaria. Anche gli operatori però sono provati dai racconti di chi arriva qui: «Un paio di settimane fa - dicono - è arrivata una donna con sua madre e la figlia di otto anni. Le hanno portate in ospedale perché erano in ipotermia. Scappavano in macchina da Mariupol, ma il parabrezza della loro Subaru era andato in frantumi per le bombe, quell'auto camminava a malapena. Hanno viaggiato per dieci ore al gelo e col vento in faccia, con la bimba in braccio sul sedile posteriore», raccontano, mentre alle loro spalle l’unico cartellone che si vede appeso è un cuore di carta degli alunni del «Plesso Sorrentino di Vallelunga», il lavoretto arrivato assieme ai pacchi di pasta dai bambini di una scuola elementare in provincia di Caltanissetta.

«Sto cercando di capire chi sono, dove abitano, vogliamo ringraziarli - insiste Yuri - . Io intanto l’ho appeso, così questo posto non sembra solo un ufficio anagrafe aperto nel deposito di un supermercato per i disgraziati».

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