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Il buon cibo sale in cattedra, all’università di Palermo si studiano i sapori

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PALERMO. Riappropriarsi dell’orgoglio enogastronomico? Per la Sicilia la risposta è assolutamente un «sì». E parte (da settembre) dall’ateneo palermitano con una sfida pionieristica che vede insieme mondo accademico e imprese per un nuovo corso di laurea dal nome «Scienze e Tecnologie Agroalimentari». Una vera rivoluzione per il modo di porsi sul cibo e sulla valorizzazione degli alimenti dell’isola che avrà ripercussioni certe sulle nostre tavole in termini di consapevolezza. «From field to fork, non è solo lo slogan. Ma anche «un progetto formativo concreto», dice Paolo Inglese, coordinatore del Comitato Ordinatore del Corso di Laurea. «Non un semplice corso, ma una riflessione profonda sul sistema agroalimentare».

D’altronde, si sa: la cultura enogastronomica della fastosa cucina della corte palermitana, ricca di influssi arabi filtrati attraverso la mediazione normanna e sveva, era ben radicata nel territorio dai tempi della corte di Federico II e lo scritto «Liber de coquina» attribuito al suo stesso re ne era un tangibile esempio. «Ricuciamo il filo interrotto con la storia. Il tutto in un clima di indispensabile collaborazione con le imprese che devono abituarsi a investire di più nell’agroalimentare. Senza imprese accanto, il corso non avrebbe senso». L’obiettivo è «formare studenti sulle problematiche degli alimenti, dei prodotti freschi e delle bevande dalla loro produzione al consumo, in una visione di tutela della qualità e della tipicità degli alimenti».

Diciannove esami, una durata triennale e un corso a numero programmato (massimo 75 alunni per il prossimo a.a.) per avere del personale qualificato in grado di svolgere compiti tecnici nella gestione e controllo delle attività di trasformazione, conservazione, distribuzione e commercializzazione di alimenti e bevande, «capace di conciliare economia ed etica, di garantire la sicurezza, igiene, qualità e salubrità degli alimenti - continua Inglese - e non ultimo, a ridurre gli sprechi e l’impatto ambientale». Dalla nutriceutica alla semiotica, una multidisciplinarietà volta «alla soft skills, ovvero alla didattica esperenziale. Non la cassetta degli attrezzi, ma insegniamo a usare il cacciavite».

Non solo lezioni frontali, ma seminari e incontri con esperti di settore. Partner istituzionali e imprenditoriali saranno Enti come l’Istituto Zooprofilattico della Sicilia e l’Istituto Regionale della Vite e dell’Olio. Un vero e proprio patto con le imprese, quindi, nell’ottica di un dovere sociale e di una responsabilità consapevole e critica rivolta al territorio siciliano. Non a caso, la prima lezione sarà al mercato San Lorenzo nel capoluogo siciliano. «Filo conduttore è la consapevolezza del cibo di eccellenza che la Sicilia possiede», dice Dario Mirri, ideatore e proprietario del mercato palermitano aperto da pochi mesi.

«Al San Lorenzo, è il benessere a farla da padrone: dalla scelta dei prodotti alla comunicazione di ciò che la gente viene ad acquistare». Un incontro virtuale e fisico, «tra il mondo accademico e i prodotti biologici e naturali. Siamo molto contenti di partecipare all’idea di sostenere il territorio con questo corso di studi. Perchè quello che è carente oggi è la mancanza di consapevolezza di quanto i nostri prodotti valgano». Ciliegina sulla torta, nel percorso di laurea anche i laboratori di analisi sensoriale degli alimenti e di gastronomia.

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