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Cinquestelle siciliani divisi sul governo Draghi, cresce la fronda sul web

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governo, m5s, Sicilia, Politica
Giovanni Di Caro

Alle 12,21 di mercoledì, mentre il futuro premier stava ancora sciogliendo la riserva al Quirinale, i grillini siciliani si erano già sbilanciati: «Draghi? No, grazie». Questo spot con tanto di foto dell’ex capo della Bce apriva un lungo post sui social, che per il mondo a 5 Stelle equivale a un documento politico, su cui in poche ora erano piovuti oltre tremila like, 983 commenti e 709 condivisioni.

Così la base siciliana aveva bocciato Draghi senza se e senza ma. Sbilanciandosi fino a suggerire il ritorno alle urne: «È la legge elettorale che costringe partiti, anche ideologicamente lontani, a convivere sotto il tetto di un programma. Per questo motivo è stato giusto governare con Lega prima e con Pd poi. Una cosa è però tollerare i confini della democrazia parlamentare, una cosa è accettare un governo tecnico guidato da chicchessia». Da qui la conclusione: «Come Movimento 5 Stelle Sicilia diciamo quindi No a Draghi e all'idea di un governo tecnico. L'unica via da percorrere è quella delle elezioni».

È il modo con cui l’influente base elettorale del Movimento ha provato a esercitare pressioni sulle sfere nazionali del partito, già a loro volta ampiamente divise, per tornare all’opposizione.

E tuttavia proprio da Roma, appena poche ore dopo il post, è partita una telefonata che invitava il gruppo a un approccio più cauto. È stato, questo, il modo con cui Di Maio ha ripreso in mano le redini lasciando intendere che l’ala che lavora per entrare nel governo è più forte di quanto la spaccatura con Di Battista lasci intravedere.

E infatti il capogruppo all’Ars, Giovanni Di Caro, ha sposato la linea attendista che è maturata la sera di mercoledì nella lunga riunione di senatori e deputati alla Camera: «Quando abbiamo espresso il nostro no a Draghi la prospettiva era quella di un governo tecnico, che per noi equivale a quello di Monti. Ma se il governo è politico, allora potremmo starci. Anche per non lasciare vantaggi ai nostri avversari, da Renzi e Berlusconi, che sosterranno il governo».

Tutto chiarito? Solo nella versione pubblica. Perché in realtà dietro le quinte il dibattito è ancora accesissimo. Intanto i siciliani lamentano una scarsa considerazione nelle fasi decisionali nazionali. E ciò malgrado dalla Sicilia siano arrivate alle Politiche percentuali vicine al 50%. Proprio a Di Caro mercoledì è scappata una battuta inequivocabile con i deputati del Pd all’Ars che stavano lasciando l’aula per partecipare in streaming alla direzione nazionale del partito: «Almeno i vostri da Roma vi cercano. A noi neanche ci chiamano...».

Ma il punto è proprio questo, la Sicilia è una base elettorale centrale nella piramide grillina. E qui il timore è che le scelte che si stanno facendo a Roma possano contribuire a dilapidare consenso nell’Isola. Questa linea è interpretata, oltre che dai deputati all’Ars, da una frangia di parlamentari nazionali come i palermitani Adriano Varrica e Valentina D’Orso.

Varrica, che si iscrive al filone dei grillini che suggeriscono di consultare gli iscritti sul sostegno o meno al governo, sintetizza i dubbi così: «Se si fa un esecutivo politico è giusto riflettere sull’opportunità di entrare. Ma se nel programma c’è il superamento del reddito di cittadinanza non vedo di cosa si debba discutere». Ecco uno dei nodi centrali, condiviso da Di Caro: il timore di non reggere elettoralmente l’assunzione di responsabilità che i vertici romani (in buona parte) stanno già chiedendo al Movimento.

Non a caso a Roma ci sono parlamentari molto più sbilanciati sul sì a Draghi: da Steni Di Piazza e Giorgio Trizzino, per cui si parla di un eventuale incarico da sottosegretario.

L’esito della partita che si sta giocando intorno a Conte darà anche il segnale dei rapporti di forza in Sicilia. Di Maio, attraverso il fidato Giancarlo Cancelleri, finora ha controllato il movimento nell’Isola. E non è un caso che anche adesso l’ormai ex viceministro ai Trasporti predichi ottimismo sul rapporto con Draghi: «Vediamo cosa ci dirà durante le consultazioni» diceva ieri senza rinunciare però a una previsione sul finale: «Malgrado legittime diversità di opinioni che stanno emergendo, si deve trovare un punto di caduta unitario». Un po’ come per il post sui social: il dissenso fino a un certo punto, poi la linea va rispettata. La verifica nelle prossime 24 ore: se da Palermo verrà ribadito il No a Draghi sarà il segnale di nuovi equilibri nel Movimento.

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