Martedì, 09 Agosto 2022
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LA SENTENZA

Gli Usa tornano indietro di 50 anni: la Corte Suprema abolisce il diritto all'aborto

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Los Angeles, protesta contro la decisione della Corte Suprema che abolisce il diritto all'aborto

Un’America sempre più spaccata torna indietro di 50 anni: la Corte suprema, anch’essa divisa (6 a 3), ha abolito la storica sentenza «Roe v. Wade», con cui nel 1973 la stessa Corte aveva legalizzato l’aborto in tutto il Paese. Ora invece saranno i singoli Stati a decidere, hanno stabilito i saggi, sempre più lontani da una società che si è evoluta e la cui maggioranza, secondo i sondaggi, era contraria alla cancellazione della «Roe».

Un colpo di scure che ha suscitato immediate proteste davanti al blindatissimo palazzo della Corte e nelle principali città americane, lo sdegno di Joe Biden e dei dem, nonché un’ondata di critiche in tutto il mondo, dove ora gli Usa sono «un’eccezione», come ha sottolineato lo stesso presidente. Esultano invece Donald Trump («È la volontà di Dio»), i repubblicani e i vescovi cattolici, in una battaglia che promette di surriscaldare le elezioni di Midterm e che rischia di degenerare in proteste violente.

La decisione è stata presa nel caso «Dobbs v. Jackson Women's Health Organization», in cui la maggioranza di giudici conservatori, cementata da Donald Trump con tre nomine, ha confermato la legge del Mississippi che proibisce l’interruzione di gravidanza dopo 15 settimane. A fare ricorso era stata l'unica clinica rimasta nello Stato a garantire l’aborto. La Roe v. Wade era «chiaramente sbagliata», ha scritto Samuel Alito, estensore dell’opinione di maggioranza, respingendo la tesi che la donne hanno il diritto all’interruzione di gravidanza in base al diritto costituzionale della privacy sui loro corpi.

«La costituzione non conferisce il diritto all’aborto», ha argomentato Alito facendo riferimento ad una carta che risale al 1789, e concludendo che «l'autorità di regolare l’aborto è restituita al popolo e ai suoi rappresentanti eletti». La decisione farà scattare una serie di nuove leggi in circa metà dei 50 Stati americani, controllati dai repubblicani, che limiteranno o vieteranno l’aborto, con la possibilità anche di perseguirlo come reato penale. Tredici Stati avevano già adottato le cosiddette «triggers laws». che bandiranno l'interruzione di gravidanza immediatamente.
Altri 10 hanno leggi anteriori al 1973 che potrebbero andare in vigore o norme che proibiranno l’aborto dopo sei settimane, quando molte donne non sanno ancora di essere incinta. Il Missouri è stato il primo Stato ad annunciare l’immediato divieto, insieme al Texas, seguiti dal South Dakota e dall’Indiana. Tre Stati liberal della costa pacifica - California, Oregon e Washington - hanno invece annunciato un impegno comune a difendere il diritto all’aborto. Idem lo Stato e la città di New York.

L’America quindi si divide e a pagarne le conseguenze saranno milioni di donne, costrette a costosi viaggi da uno Stato all’altro. Con inevitabili discriminazioni nei confronti di quelle più povere, molte delle quali afroamericane o ispaniche, e il rischio di un aumento degli aborti clandestini. «Un giorno triste per la Corte suprema e per il Paese», si è rammaricato Biden parlando alla nazione dalla Casa Bianca poco prima di volare in Europa per il G7 e il summit Nato, dove sbarcherà con questo grave vulnus interno. La decisione è «un tragico errore», frutto di una «ideologia estrema» dominante nella Corte suprema Usa, ha denunciato, ammonendo che ora «sono a rischio la salute e la vite delle donne nel Paese». Poi ha lanciato due appelli: uno agli attivisti pro aborto perché mantengano «pacifiche» tutte le loro proteste, l’altro agli elettori affinché alle elezioni di Midterm votino rappresentanti che possano codificare in una legge federale il diritto sancito dalla Roe v. Wade. Tutti i principali esponenti dem hanno duramente criticato la sentenza: da Barack Obama («Attaccate le libertà fondamentali di milioni di americane») all’ex first lady Michelle («Decisione orribile» con «conseguenze devastanti»), da Hillary Clinton («Un’infamia, un passo indietro per i diritti delle donne e i diritti umani») alla speaker della Camera Nancy Pelosi (decisione «crudele» e «scandalosa» che straccia un diritto esistente da 50 anni).

La destra invece, dopo mezzo secolo di battaglie pro life, ha celebrato una «vittoria storica», come l’ha definita il leader dei repubblicani Mitch MocConnell, un successo che ha «incenerito» il diritto all’aborto, secondo le parole dell’ex vicepresidente Mike Pence, uno dei leader del movimento per la vita. Ed ora nel mirino della Corte suprema ci sono altre conquiste sociali, come ha già anticipato in un commento personale il giudice conservatore Clarence Thomas: il diritto alla contraccezione, le nozze gay e le relazioni omosessuali. Dopo lo sdoganamento del diritto a portare le armi in pubblico, proprio quando il Congresso ha approvato la prima stretta dopo quasi 30 anni.

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