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IL CASO

Erdogan contro l'Italia: si occupi della mafia

ISTANBUL. «Se oggi mio figlio tornasse in Italia, potrebbe essere arrestato. Questo potrebbe mettere in difficoltà persino le nostre relazioni. L'Italia si occupi piuttosto della mafia». Tra accuse all'Occidente e minacce sui migranti, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan attacca frontalmente anche l'Italia per l'indagine aperta a Bologna sul figlio Bilal.

Parole che scatenano subito uno scontro diplomatico. La secca risposta di Matteo Renzi non tarda ad arrivare: «In questo Paese i giudici rispondono alle leggi e alla Costituzione italiana, non al presidente turco. Si chiama "stato di diritto"».

Irritazione anche dalla Farnesina, che in una nota rileva che «la magistratura, insieme alle forze dell'ordine, è impegnata con successo nel contrasto alla mafia e non ha certo bisogno per farlo dell'incoraggiamento da parte di alcuno». Sulla situazione in Turchia, Roma «ribadisce la ferma condanna del tentativo di colpo di stato del 15 luglio e conferma la preoccupazione comune all'intera Europa per gli accadimenti in corso». Quello di Erdogan è un fuoco di fila contro «l'Occidente che si sta schierando dalla parte dei golpisti e dei terroristi» e «le forze che hanno orchestrato il colpo di stato dall'estero».

Dopo il fallito putsch, ricorda, nessun leader europeo ha messo piede in Turchia: «Non abbiamo ricevuto il sostegno che ci aspettavamo dai nostri amici, nè durante nè dopo il tentativo di golpe. La Mogherini non avrebbe dovuto parlare da fuori. Doveva venire qui. Se avessero bombardato il Parlamento italiano, avrebbe detto che hanno fatto bene e di essere preoccupata dei processi che ne sarebbero seguiti?».

Attacchi frontali da cui Bruxelles si dice «sorpresa», ricordando come l'Alto rappresentante abbia «chiaramente condannato il tentato colpo di stato» ed «espresso il sostegno per le istituzioni democratiche legittime in Turchia, indicando in particolare il Parlamento». Un solco diplomatico tracciato anche dalla volontà, ribadita ancora una volta da Erdogan, di reintrodurre la pena di morte se il Parlamento lo vorrà.

Nel mirino finisce ancora una volta l'accordo di marzo sui rifugiati, che Erdogan si dice pronto a stracciare. Secondo il leader turco, sarebbe l'Ue a «non rispettare i suoi obblighi», perchè non avrebbe trasferito i 3 miliardi di euro promessi e nè garantito date certe per la liberalizzazione dei visti.

Per non far saltare il patto, sottolinea, i passi «devono essere fatti contemporaneamente» da entrambi i lati. Nuovi attacchi colpiscono anche gli Stati Uniti, che non si potranno considerare un «partner strategico» se continueranno a ospitare Fethullah Gulen, accusato da Ankara di essere il regista del fallito golpe.

La Turchia ha inviato oggi un secondo pacchetto di documenti relativi alla richiesta di estradizione, dopo quelli del 19 luglio. Informazioni aggiuntive con cui proverà a convincere Washington della colpevolezza dell'imam. Ma anche su questo, Erdogan non risparmia una stoccata agli Usa: «Quando ci chiedevate di estradare i terroristi, noi non volevamo le prove».

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