Domenica, 28 Febbraio 2021
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L'INTERVISTA

Negri: «Lo Stato Islamico resisterà, fronte nemico incerto e diviso»

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L'inviato del “Sole 24 Ore”: «Esistono le condizioni per una missione Onu in Iraq e Siria, ma nessuno vuol farla Intanto, il Califfato avanza in Libia»

«Se questa è la guerra che si sta facendo, lo Stato Islamico rischia di sopravvivere a lungo». Alberto Negri, inviato del «Sole 24 Ore», guarda sconsolato lo schieramento — «per nulla omogeneo» — e i progressi delle forze anti-Califfato impegnate in Iraq e Siria: «Lo stesso governo degli Stati Uniti ha ammesso che ci vorrà più di un anno per sradicare l’Isis dal territorio. Ma, poi, di quale territorio parlano? Mi domando, infatti, se gli Usa e i loro partner arabi vogliano davvero fare un favore a Bashar al-Assad (il presidente siriano, ndr) eliminando il Califfato».
Cinquantamila miliziani controllano una popolazione di 8 milioni di abitanti e, intanto, tengono testa a una coalizione militare internazionale. Bisogna rassegnarsi all'esistenza del regno di Abu Bakr al-Baghdadi?
«Il problema è che si stanno combattendo due guerre. Una è quella aerea, condotta dalla coalizione a guida statunitense cui partecipano anche cinque Paesi arabi sunniti. Gli Emirati, però, hanno già sospeso i raid perché non avevano sufficienti garanzie dagli americani sul recupero dei piloti in caso di abbattimenti, il Bahrain mette solo a disposizione alcune basi, l’attività di Arabia Saudita e Qatar ci è abbastanza sconosciuta. Resta la Giordania, che tra le cinque è la più impegnata».
E la «seconda guerra», quella sul campo, chi la fa?
«Essenzialmente i curdi, sia in Iraq che in Siria, e il fragilissimo esercito iracheno, assistito da consiglieri americani e pasdaran iraniani. In Siria, invece, le truppe di Assad e gli hezbollah libanesi. Sul terreno, quindi, si muove una coalizione che in gran parte è composta da sciiti, cioè da un asse che sulla carta è nemico degli Stati Uniti e delle nazioni arabe sunnite. Mi chiedo, allora, come si possano congiungere questi due conflitti per costruire una vittoria, che non potrà arrivare se l’Isis non viene battuta sul campo. La storia ci ha insegnato che non si vince solo con i raid aerei».
Dopo avere visto un proprio pilota arso vivo in gabbia dai boia della jihad, il governo giordano non esclude un intervento con truppe di terra. Gli Usa potranno non seguirli?
«Dubito, intanto, che la Giordania interverrà in Siria favorendo così Assad. L’obiettivo principale del fronte sunnita non è combattere il Califfato, ma far fuori il regime siriano. È per questo, d’altronde, che i gruppi jihadisti sono riusciti a dilagare da tutte le parti. I giordani, quindi, potrebbero schierarsi sul fronte iracheno. Quanto agli Stati Uniti, invece, finora hanno sempre detto che non vogliono mettere i famosi "boots on the ground", gli stivali sul campo. In realtà, una parte li hanno già messi con i 2 mila consiglieri militari inviati in Iraq. Se vogliono battere l’Isis, però, gli Usa non possono evitare l'intervento di terra».

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