Mercoledì, 16 Ottobre 2019
L'INTERVISTA

La Sicilia a rischio. Collura: «Realizzata l'opera, si deve controllare sempre il territorio»

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A Letojanni il danno lo ha fatto una frana che non può certo definirsi sor «prendente». Giuseppe Collura, presidente Regionale dei Geologi, non ha dubbi. «Quanto successo- dice - conferma che nella realizzazione delle grandi opere manca il monitoraggio del contesto. La Terra è un pianeta vivente. Se si guarda un panorama sembra tutto lì fermo, stabile. Invece non è così, è tutto in continuo movimento. Così, quando si progetta un opera e la si realizza in modo compatibile al contesto geologico, il lavoro non è finito perché quel contesto muta».

Presidente Collura, cosa è successo a Letojanni?
«Dal punto di vista geologico la zona è caratterizzata da una base di rocce che si chiamano metamorfiche e che sono piuttosto dure e generalmente stabili. Su di esse poggia una coltre di materiali più fragili che per effetto della forza di gravità tendono a scivolare. Naturalmente l' azione della gravità è tanto maggiore quanto più ripido è il versante. E nella zona del Messinese c' è un' abbondanza di versanti acclivi, cioè molto ripidi.
Tutta l' autostrada Catania -Messina e la ferrovia sono alla base di questi versanti che potremmo definire "vocati alla frana" e sono dunque a rischio».

Questo vuol dire che c' è un difetto di progettazione? Che quelle opere sono state fatte dove sarebbe stato sconsigliabile?
«No, affatto. Quando un' opera viene realizzata dal punto di vista ingegneristico può anche essere perfettamente in regola con i parametri che vengono dallo studio del territorio. Il problema è che fatta l' opera, il discorso non è chiuso. Non lo è in generale ma a maggior ragione in una territorio dove le trasformazioni e i movimenti sono continui. E si tratta di trasformazioni di carattere geologico che possono e devono essere monitorate periodicamente. Il viadotto sulla A19 Palermo -Catania non è stato danneggiato da un problema strutturale e dunque da un difetto di progettazione. Il danno lo ha fatto una frana. Ed è proprio la frana che doveva essere tenuta sotto sorveglianza visto che, oltretutto, era nota. Voglio dire che qui non siamo a Giampilieri, dove l' alluvione fu una tragedia favorita da una dissennata gestione del territorio: alvei dei fiumi pieni di costruzioni, incendi boschivi, dissesto galoppante. A Letojanni è venuto giù un pezzo di versante dove non ci sono case ed è finito su un' autostrada costruita secondo le regole. Ciò, tuttavia, non vuol dire che siamo di fronte a un capriccio della Natura. Quei versanti sono a rischio anche quando sembrano stabili. Per questo andrebbero controllati periodicamente. Insomma, spesso non serve monitorare l' opera senza monitorare pure un contesto in continua evoluzione».

Adesso che succederà?
«Dipende. Se la frana si è fermata, basta il tempo necessario per liberare l' autostrada. Ma per un versante che ha ceduto, ce ne potrebbe essere un altro, magari limitrofo, pronto a farlo. In altre parole se i controlli stabiliranno che la frana è ancora "vivente" bisognerà aspettare che si stabilizzi prima di riaprire l' autostrada. Si chiama valutazione del rischio residuale. Poi si cominceranno a studiare le migliori soluzioni di messa in sicurezza e di manutenzione. In quel caso i tempi si allungheranno con un grave danno per l' economia. Questo perché, in buona sostanza, il collegamento tra Catania e Messina non ha percorsi alternativi».

È possibile capire quanto ci costerà?
«Certamente di più di quanto sarebbe costato un grande piano di monitoraggio e di manutenzione. Il danno è maggiore delle spese di un grande piano di monitoraggio e manutenzione. Si calcola che il costo della prevenzione è venti volte più basso di quello che si sopporta quando si affronta un' emergenza. Ho sentito il presidente del Consorzio Autostrade Siciliane Faraci. Abbiamo convenuto che è giunto il momento di sedersi attorno al tavolo e mettere a punto un protocollo d' intesa che punti ad agire su due grandi temi: un piano di manutenzione e pulizia per rendere efficienti i canali di drenaggio e scolo e l' avvio di un monitoraggio diffuso di tutte le strutture che rientrano nella competenza del Cas».
Non ritiene che ci sia un problema di competenze frammentate? Regione, Comuni, Cas, Anas, Forestale, Consorzi di bonifica. È il modo migliore perché, quando succede qualcosa, alla fine la responsabilità è sempre di qualcun altro.
«Non c' è dubbio. Infatti, la terza cosa da fare è quella di rivedere il modello di previsione e prevenzione. Non si può agire a danno avvenuto. Occorre ripensare a un modello di pianificazione che punti a una visione dinamica del territorio che si basi su dati certi. La scienza ci dà una mano. Ormai esistono modelli numerici che definiscono con precisione il parametro della suscettibilità alla franosità, cioè un indice preciso che consente di potere avere un dato che sia uguale per tutti gli enti che devono agire. Non più valutazioni ipotetiche. In ogni caso, non mancano certo gli studi che possono supportare le auspicabili azioni future».

Per esempio?
«La protezione Civile Regionale ha individuato 8500 "nodi idraulici" che sono le intersezioni delle vie di smaltimento delle acque piovane con opere civili: strade, sottopassi, interi centri abitati. Il Pai (Piano di Aspetto Idrogeologico) classifica 22 mila aree a rischio importante. E se in Italia è a rischio l' 82 per cento dei comuni, in Sicilia questa percentuale rasenta il 100 per cento. Tra il 2000 ed il 2015 sono stati registrati più di 80 eventi importanti con 58 vittime e danni per 3 miliardi e mezzo di euro. Per eventi importanti si intendono soprattutto alluvioni e frane. L' emergenza dei Ne brodi del 2010 costrinse all' evacuazione 1400 abitanti di Sanfratello. In quell' occasione furono coinvolti 33 Comuni e censite oltre 2000 frane. Per non parlare della recentissima alluvione di Giardini Naxos. Si tratta spesso di fenomeni sociali di grande portata. Nella zona del Messinese, per esempio, negli ultimi 50 anni si è assistito allo spopolamento di decine di Comuni montani. Nella classifica regionale dello spopolamento, dei primi 30 Comuni siciliani, 21 sono in provincia di Messina con percentuali che vanno dal 42 a 73%. Di converso c' è stato un popolamento dei Comuni costieri che ha superato anche il 200%. In definitiva bisogna pensare a un nuovo modello di gestione del territorio».
Modello all' interno del quale i geologi assumerebbero un ruolo di primo piano

«Certo, io rappresento una categoria professionale e ne curo gli interessi. Questo è chiaro. Tuttavia, è del tutto evidente che c' è più bisogno di geologia perché non possono essere ancora sottovalutate le analisi del contesto geomorfologico. Non possiamo prendercela sempre con la pioggia, anche quando cade in quantità al di fuori delle medie pluviometriche. La pioggia è una concausa che svolge sicuramente un ruolo, ma il resto dipende, appunto, dalle differenze dei vari contesti. Da un po' di tempo a questa parte i contratti d' appalto delle grandi infrastrutture hanno un allegato che si chiama Piano di Manutenzione. Ma questo piani devono essere attivati e non messi in un cassetto. Perché non è più possibile agire sulla spinta dell'emergenza».

 

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