Martedì, 05 Luglio 2022
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L'INCHIESTA DI NAPOLI

Da 300 euro per la droga a 5.000 per uscire dall'isolamento: il tariffario di Secondigliano

I collaboratori di giustizia hanno svelato gli episodi di corruzione degli agenti della polizia penitenziaria. Le mogli di due detenuti consegnavano loro gli stupefacenti da portare all'interno del carcere. La cucina era il luogo scelto per tagliare la droga
Sicilia, Cronaca
La caserma Pastrengo, sede del Comando provinciale dei carabinieri di Napoli

Tutto aveva un prezzo. Per fare entrare pacchetti di droga nel carcere di Secondigliano, a Napoli, bisognava pagare 300 euro alla polizia penitenziaria corrotta.  Per i cellulari 200 euro. E per spostare detenuti da un reparto all’altro, di modo che gli affiliati allo stesso clan potessero stare nelle stesse celle, 3 mila euro. Il tariffario era imposto dagli stessi agenti complici, che così, quasi alla pari dei detenuti, riuscivano a gestire il traffico di droga.

Quattro gli arrestati tra gli agenti. Nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Isabella Iaselli ci sono le dichiarazioni di undici collaboratori di giustizia, che hanno raccontato ai pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia come il carcere di Napoli-Secondigliano era diventato una piazza di droga. Tutto ruotava attorno ai clan di Soccavo, quartiere occidentale di Napoli. Era da lì che arrivavano i pacchetti di droga che le mogli di due detenuti, consegnavano di volta in volta agli agenti di polizia.

Il pentito Antonio Di Roberto, ex affiliato al clan Pagliuca di Pozzuoli, ha raccontato che versando 1.500 euro riusciva non solo a fare passare dall’esterno quello che voleva, ma veicolava messaggi agli affiliati. Il sistema, nei verbali, viene delineato dal pentito Ciro Niglio, nell’interrogatorio del primo ottobre del 2019. «Raccoglievano gli ordini in carcere tra i vari detenuti, i famigliari di Eduardo Fabbricino procuravano gli orologi richiesti, li mettevano all’interno di un borsello che veniva poi ritirato dall’assistente al lotto di Secondigliano. Una volta entrato il borsello, gli orologi erano nascosti nelle celle di Raffaele Valda e Luigi De Martino per poi essere venduti e distribuiti ai detenuti. E così con lo stesso sistema si faceva entrare droga e soldi», spiega Niglio. Il turno nel quale si faceva entrare la droga «era quello di mezzanotte e l’appuntato metteva la droga nel giubbotto e in particolare nelle maniche». Poi veniva la distribuzione e il taglio delle dosi.

Enzo Topo è la vera gola profonda dell’inchiesta. Nell’interrogatorio del 29 settembre del 2021, il collaboratore ammette di avere gestito in prima persona il traffico di droga nel reparto Ligure S3 e quarta sezione. «Il fumo - racconta - veniva fornito da Marfella o da Vigilia, uno di Pianura e l’altro di Soccavo, e i pusher che spacciavano in strada spacciavano anche in carcere, quando entravano a Secondigliano. Il fumo veniva consegnato dalla compagna di un boss dei Vigilia all’appuntato in base all’ordine ricevuto». Anche 100 grammi alla volta. Degli agenti indagati, Salvatore Mavilla è in carcere, Francesco Gigante, Mario Fabozzi e Giuseppe Tucci agli arresti domiciliari.

Dell'ispettore Gigante Topo dice che «si vendeva le celle», cioè, «riceveva soldi dai detenuti e dai loro familiari, all’esterno del carcere, per consentire i cambi di stanze e mettere i detenuti nelle celle con i compagni che volevano». Ma il «pentito», che dichiara di avere appreso le informazioni da altri detenuti, non è il solo ad accusare Gigante. Lo fa, il 31 luglio 2019, anche un altro agente, arrestato e già condannato per corruzione: secondo il suo racconto l’ispettore, coordinatore del Reparto Ligure da 20 anni e in stretti legami con un detenuto ritenuto appartenente al clan Moccia che gli faceva da intermediario, chiedeva 1.000 o 1.200 euro per lo spostamento da una stanza all’altra e 4 mila o 5 mila euro, quando si trattava di ottenere lo spostamento in un altro carcere o dall’isolamento. A parlare del tariffario adottato da un agente del carcere già arrestato e condannato per episodi di corruzione, è un detenuto interrogato il 29 agosto del 2018: il poliziotto, secondo il racconto fornito dal detenuto, per consegnare un panetto di droga prendeva 700 euro, mille euro per due panetti e per quattro panetti da 100 grammi ciascuno 1.300 euro.

A parlare dell’introduzione e della distribuzione della droga all’interno del carcere è, tra gli altri, il collaboratore di giustizia Vincenzo Amirante, il 3 agosto 2020. Secondo il «pentito», tutte le settimane, nella sua sezione, arrivavano borselli contenenti droga ma anche telefonini e profumo. Da altri due detenuti seppe che a rendere possibile l’ingresso dei borselli era una guardia penitenziaria. I borselli venivano portati con il trattore nei pressi del campo di calcio dove i vari lavoranti della cucina li ritiravano, ciascuno per la propria sezione. In cucina, infine, la droga veniva tagliata per la distribuzione.

 

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