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LA RECENSIONE

«È stata la mano di Dio»: il film di Paolo Sorrentino approda su Netflix

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Da oggi, mercoledì 15 dicembre, il lungometraggio selezionato per rappresentare l'Italia agli Oscar 2022 sarà sul piccolo schermo. Per il regista napoletano un lavoro maturo e commovente

È vero che gli uomini malinconici sono - tra tutti - i più arguti. Sorrentino lo sa e ancora una volta ce lo insegna. In questa occasione con ‘’È stata la mano di Dio’’, un film maturo, personalissimo e commovente. Con inquadrature e scenografie che rimandano ad un cinema puro, essenziale ma non superficiale.

Da oggi, mercoledì 15 dicembre, il film che ha vinto il Gran Premio della giuria al Festival di Venezia 2021 e che è stato selezionato per rappresentare l'Italia agli Oscar 2022 nella categoria dedicata al migliore film internazionale, approda su Netflix.

’’Da ragazzi, il futuro ci sembra buio. Barcollanti tra gioie e dolori, ci sentiamo inadeguati. E invece il futuro è là dietro. Bisogna aspettare e cercare. Poi arriva. E sa essere bellissimo. Di questo parla È stata la mano di Dio. Senza trucchi, questa è la mia storia e, probabilmente, anche la vostra’’.

Con queste parole, lo scorso agosto, il regista partenopeo Paolo Sorrentino aveva presentato il suo film sui social. Senza trucchi, il futuro è là dietro, bisogna saper aspettarlo: è questo il leitmotiv di Sorrentino, ed è anche il fulcro narrativo di tutto il suo ultimo film, il più intimo e autobiografico di tutta la sua carriera.

Sullo sfondo vi è la Napoli degli anni Ottanta, quella in cui il giovane regista, magistralmente interpretato dall’emergente Filippo Scotti, si trasporta come un’ombra tra adulti e familiari, senza sapere bene ancora chi è, cosa realmente può aspettarsi dalla vita. Quella stessa vita che lo porterà a dover convivere, per sempre, con due avvenimenti. L’arrivo dell’attesissimo campione argentino Diego Armando Maradona a Napoli e una tragedia che distruggerà il nido famigliare, cambiandolo per sempre, senza diritto di replica.

È un’adolescenza in cui si ride tanto, quella che il regista napoletano ci racconta, attraverso una lente, la sua, inaccessibile a tutti noi. Un mondo tutto intimo e pieno d’amore, in cui improvvisamente ci si ritrova adulti, senza averlo voluto. Senza averlo mai chiesto. E, purtroppo, anche troppo presto.

L’ultimo lungometraggio di Sorrentino è a tutti gli effetti anche un racconto di formazione che alterna momenti di sontuosa rarità a inquadrature fitte ed essenziali.

Fabietto Schisa, persi i genitori in un incidente causato dalla fuoriuscita di monossido di carbonio quando i due si trovavano in montagna, è catapultato nel mondo delle responsabilità. Un mondo dove non può più esserci troppo spazio per la malinconia e per quella sua timidezza interiore. E lo sa bene Fabietto che, ancora sedicenne, sotto i colori estivi di un tramonto stromboliano, ha la sorprendente maturità di dire al fratello che "…adesso bisogna costruirsi un futuro".

E così - se all’inizio del film si è immersi in un mondo di affetti sinceri e autentici, di riunioni e banchetti all’insegna della felicità e della speranza - nella seconda parte la pellicola cambia. E cambia anche lo stato d’animo di chi è spettatore. Il cambiamento è dettato dal sopraggiungere della consapevolezza, la consapevolezza che la realtà, come diceva Fellini, è scadente. ‘’Esiste - scriveva Pessoa - una stanchezza dell'intelligenza astratta ed è la più terribile delle stanchezze. […] È un peso della consapevolezza del mondo, una impossibilità di respirare con l’anima’’.

C’è solo un antidoto nell’infanzia di Fabietto, ed è Maradona. Quella figura umana - ingaggiata a cifre record - che assume le sembianze del divino e che, nella tragedia, ha salvato la vita al regista premio Oscar.

‘’Per me la differenza è tra chi desta meraviglia e chi no. E Maradona ha sempre destato meraviglia’’.

Sorrentino mette in scena un dolore che non può che unire tutti. Un dolore all’insegna di emozioni crude e violente, meschinità, lacrime e iperrealismo. Ma non si distacca da quel segreto, che lo accompagnerà per tutta la sua carriera. Il segreto per soffrire senza scivolare nel melodramma è, banalmente, l’ironia. L’amore si trasfigura in amore per la sopravvivenza, senza chiedersi troppo il motivo.

E la sopravvivenza trova linfa vitale anche in Antonio Capuano, regista napoletano che per Sorrentino sarà il suo ‘’primo maestro’’, colui il quale gli ripeterà di ‘’non disunirsi mai’’. Ma per non disunirsi, bisogna partire e sfuggire da quel luogo che è stato fonte di dolore. Fabietto, disilluso, ma con un’invisibile ed impercettibile  luce di speranza, partirà per Roma per fare del suo sogno, il cinema, tutta la sua vita.

È stata la mano di Dio è così anche un lungometraggio che permette di fare un confronto, tra il passato e il presente. Tra il dolore e la speranza.

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