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Il gas e le bollette: l'Italia vuole la botte piena e la moglie ubriaca

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Non era mai capitato che al «Bar dello Sport», persino negli ultimi giorni del calcio mercato, si sentisse parlare di inflazione, di materie prime, di energia e, in particolar modo, di costo del gas, adesso più prezioso dell’aria che respiriamo. Gli stessi argomenti sono oggetto di discussione davanti alle bancarelle di frutta dei mercatini rionali, alle fermate dei bus, ovunque. L’Italia è il Paese che vuole la botte piena e la moglie ubriaca. Pretendiamo benzina e bollette a buon mercato, ma crediamo che l’energia si produca con la bacchetta magica, tanto che osteggiamo qualunque tipo di infrastruttura: raffinerie, centrali a carbone, a olio o nucleari che siano, pale eoliche, termovalorizzatori, persino gli impianti a biomasse e quelli solari.

Tutti si pongono la medesima domanda: a quali picchi arriverà il prezzo della benzina, dell’energia elettrica, del metano e, dunque, il costo della vita, tenuto conto che ogni dinamica inflattiva o deflattiva è sempre legata alle scelte dei Paesi produttori d’oro nero, quasi tutti aderenti al cartello dell’Opec? Chiacchiere in libertà poiché al quesito non c’è risposta. Qualunque previsione rischierebbe d’essere smentita nel giro d’un paio di giorni, ma qualche considerazione è utile farla per evitare di cadere nella trappola delle analisi e delle soluzioni facili propinate ogni giorno. Siamo in campagna elettorale...

Un primo aspetto da sottolineare, essenziale per cercare di guardare al futuro prossimo con maggiore consapevolezza: il prezzo dell’energia e del metano in particolare si è impennato a causa della guerra scatenata dalla Federazione Russa, ma l’aggressione all’Ucraina ha solo accelerato una tendenza in atto da qualche anno. Ha pesato, e peserà sempre più, l’aumento dei consumi di Cina e India, due importatori capaci di sbilanciare domanda e offerta. E con grandi capacità di spesa. A fronte di questa maggiore richiesta di petrolio e gas, a livello globale, non si è registrato un adeguato aumento della produzione, tra l’altro difficile da conseguire. C’è poi da considerare che tre fra i maggiori produttori al mondo di petrolio e metano, Venezuela, Iran e Libia, sono rimasti al palo: il primo e il secondo a seguito delle sanzioni imposte dagli Usa, il terzo per i continui scontri armati tra milizie che hanno determinato il danneggiamento e il blocco di molti giacimenti. Il Greenstream, lungo 520 chilometri, che collega Wafa a Gela, e dunque all’Europa, va conseguentemente a scartamento ridotto. Un grazie a Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti per aver spodestato Gheddafi, di fatto sostituito da tanti famelici signorotti dal grilletto facile.

Se la tendenza è questa, guerra o non guerra, i tempi dell’energia a buon mercato sono finiti. Ci potranno essere solo ribassi momentanei, legati alle quote di produzione fissate dall’Opec o alla congiuntura economica mondiale, ma la tendenza è chiara: domanda e offerta si allontaneranno sempre più. Né varranno a ristabilire l’equilibrio i nuovi giacimenti di petrolio e gas scoperti in Africa, che serviranno tutto al più a rimpiazzare quelli in via di esaurimento.

Riguarda, il secondo aspetto, l’Italia, il Paese che vuole la botte piena e la moglie ubriaca. Pretendiamo benzina e bollette a buon mercato, ma crediamo che l’energia si produca con la bacchetta magica, tanto che osteggiamo qualunque tipo di infrastruttura: raffinerie, centrali a carbone, a olio o nucleari che siano, pale eoliche, termovalorizzatori, persino gli impianti a biomasse e quelli solari. Importiamo energia da mezzo mondo, anche quella di origine nucleare dalla vicina Francia. Vale la pena ricordarlo: nel 1966 l’Italia era il terzo produttore al mondo di energia nucleare, dopo Usa e Inghilterra. Poi tanti tentennamenti fino allo stop totale, dopo il referendum del 1987. Programmi alternativi? Le centrali a turbogas, senza avere il gas!

L’Italia paga pegno più di altri perché produce il 52% del fabbisogno elettrico con combustibili fossili, e l’incidenza del metano è pari al 43%. Complessivamente se ne bruciano 75 miliardi di metri cubi l’anno. Uno spreco, che mal si concilia con la folle politica che ha portato alla chiusura di 750 pozzi d’estrazione e al blocco delle licenze di ricerca. A tirar su l’oro azzurro dall’Adriatico ci pensano Croazia e Slovenia.

Rimedi? Nell’immediato l'Ue deve sterilizzare la speculazione sui mercati del gas, implementare la capacità dei rigassificatori e varare una politica di tagli incentivati dei consumi. A medio - lungo termine non si può che puntare ancor più sulle energie rinnovabili, che tuttavia non possono essere l’unica strada. È forse arrivato il momento di pensare al nucleare di nuova generazione. Il Paese, dopo decenni di politiche contraddittorie e irrazionali, deve anche fare conto dei giacimenti di metano chiusi e di quelli già individuati ma «congelati».

Il pericolo è un declino irreversibile dell’Europa e, scenario più probabile, della nostra Italia.

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