Mercoledì, 30 Novembre 2022
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Robert Capa, la vita nel mirino del reporter umanista

ROVIGO - Dentro la storia, in prima linea per seguire come nessun altro gli avvenimenti, ma con l'occhio sempre puntato alla vita delle persone che entravano nel suo mirino. Robert Capa era così. Fedele al suo motto "se la foto non è buona vuol dire che non eri abbastanza vicino", ha attraversato i grandi conflitti del Novecento accanto a chi combatteva. Già nel dicembre 1938 il Picture Post lo aveva definito "il più grande fotografo di guerra del mondo" per i suoi resoconti dalla guerra civile in Spagna. A consolidarne la fama vennero poi la seconda guerra mondiale - fu l'unico fotografo a toccare, anche se per pochi minuti, la spiaggia dello sbarco in Normandia - la Cina invasa dal Giappone, la nascita dello Stato di Israele, la guerra in Indocina. Spesso puntava l'obiettivo e scattava una immagine frontale della scena, poi si spostava e dava un altro punto di vista cercando la complicità di chi ritraeva. Questo suo modo di fare gli costò la vita nel maggio 1954 quando, allontanandosi da un gruppo di soldati in marcia mise il piede su una mina.

A dare una lettura dell'intero percorso del fotografo di origine ungherese, tra i fondatori con Henri Cartier-Bresson e altri della Magnum, è la mostra che Palazzo Roverella, a Rovigo, gli dedica fino al 29 gennaio prossimo. 'Il reporter umanista', lo definisce Gabriel Bauret, che ha scelto negli archivi della mitica agenzia i 366 scatti per 'Robert Capa. L'opera 1932-1954', guidato dalla volontà di andare oltre la tematica di guerra che pure occupa lo spazio maggiore. "Ho cercato di cambiare l'approccio legato ai grandi reportage - dice all'ANSA -. Osservando le immagini ho visto che aveva una attenzione continua per gli uomini e le donne, vicino sì alla azione, ma anche sensibile ai destini di questa umanità, spesso vittima della guerra. Molte immagini parlano di gente in fuga, di bambini, di migranti, come lo era lui". Endre Erno Friedmann, ebreo, era nato a Budapest nel 1913. A 17 anni si trasferì a Berlino dove restò fino al 1933 formandosi nel clima di rinnovamento dell'avanguardia fotografica tedesca favorita dallo sviluppo delle riviste e delle apparecchiature.

Poi si spostò a Vienna e, infine, a Parigi, la città del cuore, con la fotografa Gerda Taro, suo unico grande amore, uccisa da un carro armato in manovra nel 1937 vicino a Madrid. Insieme avevano scelto lo pseudonimo Robert Capa, pensando all'attore Robert Taylor e al regista Frank Capra. "Non si occupava solo degli uomini in guerra, ma anche delle donne - spiega Bauret - sono loro che apportano una dimensione umana alla vita. La fotografia di guerra in genere è una rappresentazione tecnica, di potenza, di dominio. Capa guarda il mondo in un altro modo.

Ma quello che per lui era davvero importante era l'attimo in cui entrava in comunicazione con il soggetto". I grandi reportage lo hanno visto accanto a scrittori famosi, Ernest Hemingway nella guerra di Spagna raccontata nel romanzo 'Per chi suona la campana', John Steinbeck in Russia, Irwin Shaw in Israele. A Parigi aveva seguito prima l'esperienza del Fonte Popolare e in seguito la lotta di liberazione con immagini che parlano attraverso gli occhi dei protagonisti, la gioia dei vincitori, lo sguardo spento dei tedeschi prigionieri, l'umiliazione delle donne rasate per aver stretto rapporti con gli invasori. Di lui c'è anche un raro filmato che lo riprende mentre scatta le foto - esposte in mostra - ai soldati durante una messa dopo lo sbarco in Normandia.

Capa è associato al periodo d'oro del fotogiornalismo e della carta stampata cominciata negli anni Trenta. "A partire da lui e dalla guerra di Spagna - osserva il curatore - la fotografia viene usata davvero per parlare della storia. Quella stagione finirà negli anni Cinquanta con l'arrivo la televisione che tocca il suo apogeo con la guerra del Vietnam". Scorrono ovviamente le immagini più famose pubblicate da Life e dalle altri grandi riviste, come quella del militare americano delle truppe sbarcate in Sicilia per liberare l'Italia accovacciato accanto al contadino che con il bastone gli indica la strada. Ma a occupare la scena sono quelle due immagini sfocate e convulse che lo hanno fatto entrare nella leggenda, il soldato semisommerso a pochi metri dalla riva dalla spiaggia francese - una delle sole 11 sopravvissute all'errore del tecnico incaricato di sviluppare i rullini dello sbarco - e soprattutto il miliziano spagnolo colpito a morte da un proiettile. Robert Capa ha dovuto spiegare a lungo come arrivò a questi due scatti, momenti tanto difficili da cogliere che non potevano non alimentare polemiche e discussioni sulla loro autenticità. Così fu, ma la risposta definitiva tutto sommato ha poca importanza. Capa c'era, era lì, testimone irriducibile e coinvolto, con la sua verità "leggermente fuori fuoco" - come titolò il suo diario -, sulle pagine della storia che aveva deciso di narrare.

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