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Fino a 8 anni si crede più in sé stessi che negli adulti

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La ricercatrice Alessandra Sciutti con il robot iCub (fonte: Istituto Italiano di Tecnologia)
© ANSA

Fino agli 8 anni i bambini credono più a sé stessi che negli adulti, solo dai 10 anni si inizia a dar credito agli adulti compiacenti. E’ quanto emerge da uno studio, nato per lo studio delle interazioni tra umani e robot, coordinato dall’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit) e pubblicato su Royal Society Open Science.

Per sviluppare robot che in futuro potranno interagire con noi serve prima di tutto comprendere i meccanismi più intimi con cui definiamo le nostre relazioni sociali: è da questo assunto che parte il lavoro dei ricercatori dall’Iit coinvolti nel progetto europeo Whisper (investigating Human Shared PErception with Robots) coordinato da of Alessandra Sciutti.

“Vari studi – ha detto Sciutti – mettono in luce che nelle interazioni tra umani tendiamo a dare più retta a chi ci dà più credito, sono meccanismi che usiamo per avere una sorta di beneficio sociale, ci assicura benevolenza. In altre parole, siamo compiacenti con chi ci mostra reciprocità. E’ un fenomeno noto tra gli adulti ma molto meno si sa sui bambini”.

Proprio su questo si sono focalizzati i ricercatori, realizzando una serie di test in cui 65 bambini di 6, 8 e 10 anni sono stati messi a confronto con degli adulti e misurato in modo quantitativo la loro ‘tendenza’ a fidarsi degli adulti, in particolare della loro autorevolezza e competenza. “Ne è emerso che i più piccoli, fino a 8 anni, tendono a essere poco compiacenti, si fidano più di sé stessi che dell’adulto, indipendentemente dal loro comportamento. Dai 10 anni invece – ha aggiunto la ricercatrice – emerge un atteggiamento analogo a quello degli adulti, ossia danno più rilevanza alle opinioni degli adulti se gli adulti danno loro credito”.

Lo studio è parte di un progetto più ampio che mira ad analizzare i meccanismi psicologici che determinano la fiducia verso l’altro, tra umani e umani così come tra umani e robot. Si tratta di studi ancora preliminari da cui però stanno già emergendo elementi interessanti, ad esempio tendiamo a reputare più competente un computer di un robot umanoide (anche se perfettamente identici nelle valutazioni). “Per noi che ci occupiamo di robot che devono interagire con le persone – ha concluso Sciutti – è molto importante partire dai modelli della psicologia e poi implementarli sui robot per metterli alla prova”.

 

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