Mercoledì, 24 Luglio 2019

Sanità: Ismett, quella notte del primo trapianto a Palermo

Salute e Benessere
Sanità: Ismett, quella notte del primo trapianto a Palermo
© ANSA

"Partecipai al prelievo dell'organo a Catania e poi al trapianto a Palermo. Circa 23 ore in sala operatoria". Ricorda bene la notte del primo trapianto di fegato in Sicilia Salvo Gruttadauria, oggi direttore del dipartimento per la cura e lo studio delle patologie addominali e dei trapianti addominali di Ismett dove lavorano con lui molti siciliani. Salvo aveva 29 anni ed era il primo 'fellow' di Ismett: "Dopo la specializzazione in chirurgia generale, venni preso per una sorta di 'superspecializzazione' che seguiva il modello della fellowship americana". Per partecipare ai trapianti di fegato, fino a quel momento si era spostato dalla Sicilia prima a Bologna, poi in Nebraska, poi a Pittsburgh. "Qualsiasi chirurgo siciliano che intendeva occuparsi di trapianto - dice - sapeva che doveva andare via: sicuramente fuori dalla regione, forse fuori dall'Italia.

Quell'intervento di vent'anni fa cambiò le carte in tavola per i medici, ma anche per i pazienti perché si invertì la tendenza dei viaggi della speranza". Gruttadauria quel giorno di luglio lo ricorda come un lunghissimo e caldo: anche in sala operatoria la temperatura era alta, un po' perché l'impianto dell'aria condizionata faceva le bizze, un po' forse perché tutti sentivano sulle spalle la responsabilità di quel momento. "Oggi un trapianto di fegato dura in media 6 ore, è una procedura più standardizzata e nel 70% dei casi non richiede trasfusioni di sangue, ma all'epoca gli interventi erano molto più lunghi e, come tutti gli interventi innovativi, comportavano più rischi e difficoltà. Ma tutto andò bene". Sui trapianti di fegato, Ismett ha raggiunto risultati di altissimo livello, quello che ancora si potrebbe migliorare è il numero di organi a disposizione. "La nostra regione - spiega Gruttadauria - fa ancora fatica ad avere un numero adeguato di donazioni, anche se in teoria potrebbe raggiungere l'autosufficienza. In attesa che le cose cambino, non ci fermiamo e diventiamo sempre più bravi nell'utilizzare donatori marginali e nel praticare trapianti da vivente".

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