Domenica, 25 Agosto 2019

Quando la fotografia fu eletta tra le arti, un volume ne racconta la storia

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ROMA. In principio fu il Dipartimento di Fotografia, nato presso il MoMA, nel 1940.

È tutto merito del museo di New York (e di quel suo nuovo dipartimento, affidato alla cura di Beaumont Newhall) se è diventata una vera e propria arte.

La fotografia-Dalla stampa al museo 1941-1980 (ed. Skira, pag.304, 60euro) è il terzo di quattro volumi del progetto editoriale curato da Walter Guadagnini per Unicredit e Skira.

Quarant’anni fondamentali per eventi storici e sociali che diventeranno, oltre che «documenti di vita» sulle pagine di riviste e giornali, anche mostre aperte al pubblico.

Nei saggi scritti da Urs Stahel, Camiel van Winkel e Francesco Zanot si analizza la nuova arte che, partendo dal documento-verità, arriva fino alla veridicità ma anche la fotografia intesa come arte concettuale passando dalla rivoluzione quando dal bianco e nero si è passati al colore.

Il volume ripercorre con dovizia di particolari il quarantennio «che ha prodotto alcuni dei racconti per immagini forse più belli dell’intera storia della fotografia», scrive nell’introduzione Guadagnini.

Alberto Lattuada, Helen Levitt, Robert Doisneau, Josef Judek, William Klein, Richard Avedon, Larry Clark e David Goldblatt sono solo alcuni dei nomi di grandi autori di cui si analizzano tematiche e opere.

Storie di élite e fatti popolari, dalla nascita della nel 1947 di Magnum Photos (la prima agenzia-cooperativa che definisce e difende il ruolo dei fotografi nel rapporto con le riviste) a The family of man del 1955, la mostra itinerante vista da oltre dieci milioni di visitatori nel mondo.

Dalla stampa al museo è il terzo capitolo di un’opera che è partita da Le origini 1839-1890 e, dopo essere passata per Una nuova visione del mondo 1891-1940 arriva a L’età contemporanea 1981-2010.

Il curatore dei volumi, Walter Guadagnini, è Presidente della commissione scientifica Unicredit.

Pittura e fotografia sono fondamentali per la conoscenza dell'arte del nostro tempo?

«Sì, la fotografia è uno strumento eccezionale di comunicazione perché attraverso la fotografia si può parlare, con un linguaggio comprensibile, non solo di arte ma anche della società, di storia, di noi e del nostro rapporto col mondo. L’arte è una parte della fotografia e la fotografia è una parte (importante) dell’arte contemporanea».

Qual è stato il ruolo del MoMA per la divulgazione della fotografia?

«È stato un ruolo fondamentale perché ha fornito l’ultimo elemento di garanzia culturale necessario per fare della fotografia un tassello dei linguaggi artistici contemporanei. Inoltre, ha costruito uno degli eventi memorabili della storia di quest’arte: la mostra The family of man, del 1955, che ha viaggiato in tutto il mondo per dieci anni, raggiungendo dieci milioni di spettatori».

Il direttore Barr la riteneva un'arte ma non un documento né una forma di comunicazione: è una contraddizione?

«No, la fotografia è tutte queste cose, e altre ancora. La fotografia è sempre da declinare al plurale».

In tempi in cui si costruiscono barriere e muri divisori, che significato assume la mostra del 1955: crede che oggi operazioni del genere siano (im)possibili?

«Non tanto impossibili per ragioni politiche, ma per ragioni linguistiche: oggi la condivisione delle fotografie avviene con altri strumenti: “la famiglia dell’uomo” è forse quella della rete».

Prima la televisione, adesso la rete: la fotografia è destinata ad un pubblico colto ma di nicchia?

«Il successo di tante mostre fotografiche direbbe di no: la fotografia è un linguaggio popolare per eccellenza. L’avvento della televisione prima e della rete poi hanno trasformato il linguaggio della fotografia d’attualità, non l’hanno fatta scomparire, anzi…».

I fotografi d'un nuovo (tragico) realismo vincono premi internazionali sempre più importanti: il macabro vince anche in questo campo? Le foto di William Klein, al confronto, sono per educande e quelle di Josef Sudek «non spiegano niente »...

«Non capisco la levata di scudi contro la foto vincitrice del World Press Photo di quest’anno (vinta dal turco Burhan Ozbilici con Un assassinio in Turchia, che mostra l’attentatore Mevlut Altintas subito dopo aver ucciso, ad una mostra d’arte ad Ankara l’ambasciatore russo Andrej Karlov). È un’immagine che bene s’ inserisce nella tradizione più classica del fotoreportage: perché la foto di Eddie Adams dell’esecuzione di un presunto vietcong in Vietnam sì, e questa no?».

Da che parte va la fotografia oggi?

«Dove sempre è andata: in giro per il mondo, anche quello virtuale, documentando, raccontando e inventando».

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