Lunedì, 19 Agosto 2019

Il Paradiso da vicino, viaggio al duomo di Piacenza nell’arte di Guercino

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PIACENZA. Altissimi, bellissimi, coloratissimi.

Sono gli affreschi della Cupola del duomo di Piacenza dipinti a «buono fresco», tra il 1626 e il 1627, dal pittore emiliano Giovanni Francesco Barbieri che, per il suo strabismo, fu soprannominato Guercino.

Fino al 4 giugno, prenotandosi online sul sito guercinopiacenza.com, dopo centosessanta gradini, (a gruppi di venti) vedrete il Paradiso da vicino: nessuno, se non gli addetti ai lavori, prima d’ora era mai arrivato così in alto.

Anche voi potrete farlo, a patto che abbiate più di sei anni e che claustrofobia e vertigini non siano un problema visto che salirete per quasi 40 metri d’altezza.

Poi sarà, a dir poco, emozionante ammirare, a distanza di braccio, l’azzurro lapislazzulo del cielo sopra la cupola della Cattedrale di Santa Maria Assunta, Zaccaria e gli altri Profeti e, nelle lunette, episodi dell’infanzia di Gesù.

E poi paesaggi, putti e Sibille, tutti opera dell’artista «mago della pittura italiana», nato a Cento (allora Ducato di Ferrara) nel 1591 e morto a Bologna nel 1666, (ri)portato alla fama solo nella seconda metà del secolo scorso grazie agli appassionati studi di sir David Mahon. La visione degli affreschi del Guercino è promossa dalla Fondazione Piacenza e Vigevano, dal Comune e dalla diocesi di Piacenza-Bobbio.

Sei mesi di lavori per costruire lunghi camminamenti, passerelle e scale elicoidali e, nel sottotetto della navata centrale, un monitor ultra moderno per navigare che, grazie ad un touch screen, vi permetterà di scegliere, vedere e ingrandire ogni particolare.

Con Caravaggio, Guido Reni e Ludovico Carracci, Guercino è tra i giganti del Barocco europeo, un vero enfant prodige («c’è un giovine di patria di Cento che è un mostro di natura», scrive di lui Carracci).

Influenzato dai maestri bolognesi e ferraresi, se ne distacca presto per il realismo delle scene e per l’aspetto domestico dei soggetti che rappresenta: le sue Madonne, infatti, appaiono come madri comuni che coccolano i loro bambini: una religiosità quasi casalinga, quindi, dove i soggetti si muovono spesso in ambienti modesti e poco canonici.

«Dopo un primo periodo di formazione - dice Antonella Gigli, dirigente cultura, musei e turismo e co-curatrice della mostra Guercino tra sacro e profano - al seguito del suo protettore, papa Gregorio XV, si fa conoscere con opere come l’Aurora e la grande tela che raffigura il seppellimento di Santa Petronilla, realizzata per la Basilica di San Pietro».

Nel 1623, di ritorno da Roma, avvia una bottega con fratello e cognati.

Avendo molti estimatori anche all’estero, effettua la vendita delle sue opere anche per corrispondenza.

Grazie al «Libro dei conti», tenuto dal fratello Antonio, ci è noto il suo tariffario: 125 ducatoni per dipingere una figura intera e 80 per una mezza figura.

Il prezzo varia anche per il colore usato: i più cari quelli delle opere col pregiato blu lapislazzulo e l’azzurro oltremare. Nel 1626, arriva a Piacenza, chiamato a completare la cupola del Duomo con la tecnica dell’affresco. Il compenso? 1900 ducatoni, cifra che lo rese uno dei pittori più ricchi del suo tempo.

© Riproduzione riservata

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