Venerdì, 22 Novembre 2019
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"U zio Ciccio rappresenta la mafia a Roma": l'ascesa del boss D'Agati, nomi e foto dei siciliani arrestati nella Capitale

Il litorale a sud di Roma sotto il controllo di un clan di stampo mafioso,  un'organizzazione su base familiare che poteva contare sull'appoggio di un "anziano boss di Cosa Nostra" col ruolo di mediatore per mantenere gli equilibri con gli altri gruppi criminali.

"Un pezzo grosso... Ù zio Ciccio è quello che oggi rappresenta la mafia qua a Roma", veniva definito in una conversazione intercettata l'83enne Francesco D'Agati, fratello di Giovanni, boss di Villabate. Il suo nome spicca fra i 31 arrestati nell'operazione dei carabinieri del Ros contro il cosiddetto "clan Fragalà".

Per gli inquirenti, D'Agati (in questa fotogallery insieme a 4 catanesi arrestati nel blitz) avrebbe avuto un ruolo di mediatore per mantenere la «pax» tra il clan Fragalà e gli altri gruppi criminali. Ricostruito in due anni di indagini, anche sulla base delle dichiarazioni di un pentito, l'organigramma del sodalizio e una serie di episodi criminali e contatti.

La mafia catanese a Roma, così avvenivano le intimidazioni agli imprenditori

Dispensava consigli e lezioni di mafia, ma nel frattempo veniva intercettato dalla cimici della polizia e si sarebbe adoperato per evitare il ricorso al piombo. In manette, oltre a D'Agati e ad altri cinque siciliani è finito anche Rosario Ferreri, 53 anni, palermitano, ma imparentato con gli abruzzesi Fasciani.

Ma è su D'Agati oltre che sui Fasciani e sui Triassi, che pende l'accusa di associazione mafiosa. Secondo gli investigatori, «Zio Ciccio» era «riconosciuto come garante, in virtù dell'indiscusso prestigio criminale, del rispetto degli accordi con altre compagini criminali operanti nel terreno di Ostia». E quando si sparava era lui l'incaricato di calmare le acque.

Ai vertici dell'organizzazione sgominata a Roma, sono stati individuati Alessandro Fragalà, di 61 anni, il nipote Salvatore e Santo D'Agata che sarebbero stati in costante contatto con gli ambienti mafiosi catanesi sia per la gestione dei traffici illeciti sia per reclutare manodopera criminale. I Fragalà avrebbero stipulato un patto «federativo» con i Fasciani, i Senese e soprattutto con una componente dei Casalesi con cui in passato avrebbero condiviso risorse economiche e armi.

Tra gli arrestati anche tre donne fra cui Astrid Fragalà, ex presidente di Confcommercio di Pomezia, ora ai domiciliari. Per gli inquirenti avrebbe svolto un ruolo di «cerniera» tra il padre Alessandro ed «esponenti della politica e dell'economia» di Pomezia. Contatti, anche con alcuni consiglieri comunali che sono estranei all'indagine, «finalizzati al condizionamento dell'amministrazione comunale».

Ventotto le persone finite in carcere e tre agli arresti domiciliari con l'accusa di associazione di tipo mafioso, estorsione, danneggiamento seguito da incendio, detenzione e porto abusivo di armi, traffico di stupefacenti, trasferimento fraudolento di valori e favoreggiamento personale.

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