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L'INCHIESTA

Juventus, condotte criminali e cene segrete hanno generato ingiusti profitti per 409 milioni

Sicilia, Sport
Andrea Agnelli

Quanto valgono le plusvalenze incriminate e il taglio degli stipendi della Juventus? Più o meno 409 milioni di ingiusto profitto. Di cui 126 milioni per il bilancio chiuso al 30 giugno 2019, altri 166 milioni nel 2020 pari al 29 per cento dei ricavi, e infine 29 milioni per il 2021. È quanto si legge nelle carte dell’indagine della procura di Torino che ha portato alle dimissioni di Andrea Agnelli e dell’intero Consiglio d'amministrazione bianconero. Una situazione nota, che Andrea Agnelli definisce «la merda che sta sotto» i conti non già presentabili del club torinese, specie dopo i due aumenti di capitale per 700 milioni, versati quasi interamente dalla Exor, che detiene due terzi della Juventus e che si impegnò a coprire anche l’inoptato degli altri soci.

Risorse mai viste nel calcio nostrano, che comunque comportarono un patrimonio netto negativo nel 2019 e nel 2021. A questi si aggiungono debiti non contabilizzati, frutto di accordi verbali per 8,78 milioni. Colpa del Covid-19, si è detto in questi anni. Non è così per la Procura, che parla di un limitato aggravamento della situazione per colpa della pandemia. Per la Juve la «botta» ufficialmente però deve essere devastante: 320 milioni persi. È lo stesso cfo (chief financial officer, ovvero il direttore finanziario) bianconero Stefano Cerrato a dirlo: «Solo 150 milioni». Ecco allora le manovra di accordi sugli stipendi, e la pianificazione scientifica delle plusvalenze.

Che portavano cash virtuali in cassa, ma erano solo scambi con altre società, con effetto contabile legale nullo. Operazioni che nei software juventini erano anche formalmente considerate come un unicum. La Juve, spiega la procura, avrebbe dovuto utilizzare invece un principio contabile noto come «permuta di attività immateriali», disciplinato dallo Ias che regola i principi contabili internazionali. Il vantaggio in termini di bilancio: 44 milioni in meno di debiti sul bilancio 2019, 84,7 milioni nel 2020, 14,5 milioni nel 2021. Eppure, anche questo oliato sistema si ferma, perché, come dice Agnelli, «abbiamo ingolfato la macchina con ammortamenti». Un sistema forte che si estendeva ad altre squadre: La procura definisce partnership quelle avute con Sassuolo, Sampdoria e Atalanta che inquinano il valore dei giocatori. Spicca anche il ruolo del Genoa. Nel 2020 arriva poi la mossa disperata del rinvio dei pagamenti causa Covid-19. Vendita come un toccasana da 85 milioni, che però scendono a 22 milioni se si fossero fatti i dovuti accantonamenti per pagare i 60 milioni di stipendi sospesi. Che però non ci sono. Tutto sparisce, firme, papelli e side letters, ovvero gli accordi collaterali non inseriti nei contratti. È il caos, l’impatto di queste condotte ha per la procura «un rilievo allarmante» con rettifiche in negativo, che andranno fatte, per 440 milioni.

I contatti sono continui e frequenti, vengono intercettati per mesi e coinvolgono pesantemente Giorgio Chiellini, l’ambassador. A peggiorare le cose il mancato ricambio del management, se non per Fabio Paratici, che anche dal Tottenham dà una mano, con gli acquisti di Kulusevski e Bentancur, operazioni non oggetto dell’indagine. E dalle ultime carte, il ruolo centrale di Agnelli emerge anche nei rapporti con gli altri club della Lega, la Figc e la Superlega. A lungo presidente dell’Eca, l'associazione del club europei, Agnelli aveva maturato una rete di rapporti solidi, anche con l’Uefa e il suo presidente Aleksander Ceferin. Ma questo non è un reato, è fare il manager. Certo, fa impressione vedere il 23 settembre 2021, due mesi prima delle perquisizioni, quando il telefono di Agnelli è sotto controllo, attovagliarsi alla Mandria, nella casa di sua madre, Luca Percassi dell’Atalanta, Enrico Preziosi del Genoa, Beppe Marotta dell’Inter, Paolo Scaroni del Milan, Stefano Campoccia dell’Udinese e Claudio Fenucci del Bologna. Ci sono anche Paolo Dal Pino della Lega e Gabriele Gravina della Figc. E il giorno dopo, con Luca Percassi, emerge il motivo dell’incontro: servono più ricavi, e in fretta, «perché se no ci schiantiamo pian pianino». Il 26 novembre la Finanza entrerà alla Continassa.

 

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