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Cuccìa, mito e gusto per la festa di Santa Lucia

SIRACUSA. Il 13 dicembre è sinonimo di... cuccìa. E' usanza mangiarla per la festa di Santa Lucia, protettrice della vista. Una tradizione che interessa quasi tutta l'aria meridionale dell'Italia, anche se la sua storia parte da Siracusa.

La carestia del 1763 fece sì che Lucia provvedesse a tale sventura, facendo arrivare delle navi cariche di grano. Una grazia che spinse il popolo tutto a decidere di mangiare solo cuccìa e legumi ogni 13 dicembre.

La cuccìa presenta delle particolari assonanze con la kóllyva greca. Si tratta di una vivanda a base di "grano cotto, spesso mescolato con chicchi di melograno, di uva passa, farina, zucchero in polvere che si porta su un vassoio in chiesa alla fine di una messa di requie e si distribuisce ai presenti a glorificazione dei defunti". Analogie anche con la kutjà russa, a base di grano (o miglio, orzo, riso) bollito.

Oltre che per Santa Lucia, in alcuni paesi della Sicilia la cuccìa è legata anche ai culti di San Biagio e di San Nicola. Il termine cuccìa è da ricercare nel vocabolario siciliano e latino di Lucio Scobar - stampato a Venezia nel 1519 - dove cuchia stava per “triticum decoctum” ossia grano bollito. E se diversi studiosi hanno fornito parecchie versioni sull'etimologia del termine cuccìa, il siciliano Corrado Avolio lo fa risalire dal greco kokkí. E' ormai cosa certa che il termine cuccìa derivi dal greco ta ko(u)kkía (i grani). In effetti, già in epoca cristiana la cuccìa era presente in Grecia come cibo rituale propriamente della Commemorazione dei Defunti.

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