Lunedì, 18 Novembre 2019
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COMPLEANNI

Gino Paoli e i suoi 80 anni: "Ho avuto un gran culo"

«Non ho mai avuto il pensiero del traguardo, ai 40, ai 50 o ai 60. Penso di nascere tutte le mattine - dice il cantante - e di morire tutte le sere. Vivo come se quello fosse l'unico giorno»

Un giorno come tutti gli altri, dice lui. Ma non la pensano allo stesso modo la moglie, i figli, gli amici che martedì festeggeranno i suoi 80 anni. E così Gino Paoli, che ha sempre mostrato una certa ritrosia a rilasciare interviste, ha dovuto cedere per una volta e concedersi ai cronisti. «Per fortuna gli 80 anni si compiono una volta sola! - dice -. Che vita è stata la mia? Ho fatto sempre quello che ho voluto. Ho avuto un gran culo». «Non ho mai avuto il pensiero del traguardo, ai 40, ai 50 o ai 60. Penso di nascere tutte le mattine e di morire tutte le sere. Vivo come se quello fosse l'unico giorno. E la vita è un susseguirsi di questi giorni unici. Del resto a 16 anni non pensavo neanche di arrivare ai 30», racconta Paoli, che in effetti ai 30 rischiò di non arrivarci dopo aver tentato il suicidio nel 1963. Una vita «vissuta come volevo io, sentita e goduta fino in fondo», eccessi compresi, senza essersi mai pentito.

«No, non mi pento di niente. Potrei rivivere tutto nella stessa maniera - spiega sicuro -. Tutti i giorni, tutti i momenti sono legati uno all'altro come pagine di un libro. Non puoi prenderne una e strapparla solo perchè ti piace».  Le pagine del suo libro raccontano degli inizi a Genova, con Bruno Lauzi, Luigi Tenco, Fabrizio De Andrè, Umberto Bindi: il primo nucleo della Scuola genovese. «Se mi sento un sopravvissuto? Sì, mi mancano gli amici e forse è questo il rimpianto più grosso che si può avere alla mia età. Bruno (Lauzi ndr) mi diceva sempre: 'non siamo i più bravi, ma i sopravvissuti'».

E obtorto collo, qualche bilancio va fatto. «Non mi piace guardarmi indietro. Ma mi chiedo se ho fatto del male a qualcuno, se ho fatto qualcosa di cui vergognarmi, se mi sono venduto. E finora le risposte sono più o meno positive, anche se tra l'intenzione di fare del bene e fare del bene c'è differenza». Dall'anno scorso presidente della Siae, «per la difesa degli
artisti», Paoli non è certo uno che sta con le mani in mano. «Quarant'anni fa una persona di 80 anni era un vecchio che stava a casa e rompeva le scatole. Oggi a 80 anni puoi essere ancora attivo, una persona a tutti gli effetti.

Poi gli artisti sono dei privilegiati, ma il segreto è sempre un cervello che continui a funzionare». E, dopo la biografia uscita a giugno «I semafori rossi non sono Dio» in cui insieme a Lucio Palazzo ripercorre la sua storia di artista e quella dell'Italia dal 1960 ad oggi, non nasconde l'idea di un nuovo album, che «uscirà quando uscirà» perchè è convinto che in fondo il tempo e lo spazio sono invenzioni dell'uomo e perchè «scrivere è un bisogno, un'esigenza che non puoi trattenere.

Un esempio nobile è quello della perla che nasce da un fastidio dell'ostrica, o più prosaicamente è come la gallina che dopo aver mangiato fa l'uovo. È qualcosa che hai dentro e che deve essere espresso». Alle spalle, oltre a una carriera da pittore interrotta a 25 anni («ma avrei continuato se non avessi incontrato la musica») anche un tentativo in politica come deputato nelle fila del Pci (poi Pds) tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio dei Novanta e come assessore del Comune di Arenzano. Un'esperienza che non rinnega anche se afferma che «è stato un errore».

«Io non sono adatto - dice- La politica vuole il compromesso, la mediazione, invece io sono uno molto diretto. Non riuscii a fare niente, ma ho imparato tanto. Ero andato a servire gli altri e invece è servito a me». Su Renzi il giudizio per ora è sospeso: «Non giudico prima di vedere i fatti. E quello di Renzi per ora è un piano strategico che deve essere portato a termine, arrivare a una compiutezza». La grande differenza che vede tra l'Italia di ieri e quella di oggi è però un'altra: «Internet è stata la grande rivoluzione».

Gli 80 anni di Paoli arriveranno poche ore dopo i festeggiamenti per le stesse candeline spente da Ornella Vanoni, uno dei suoi grandi amori del passato. Lui, affettuosamente, ride: «L'augurio che le faccio? Andiamo avanti, tieni duro che siamo rimasti pochi».

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