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Partecipate inutili, stop della Regione. Licenziati in bilico non tutti ripescati

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PALERMO. Da quando mamma Regione ha chiuso i «rubinetti», per le società partecipate è stata un’ecatombe. Ben tre le aziende fallite, tutte al 100 per cento di proprietà della Regione. L’ultima in ordine di tempo, a luglio, è stata la Multiservizi dopo Sviluppo Italia Sicilia a maggio e ancora prima Lavoro Sicilia.

Lo stop ai finanziamenti continui per ricoprire le perdite di bilancio – 300 milioni l’anno il costo delle società - ha fatto emergere tutte le debolezze di un sistema che vedeva spesso soggetti privati operare senza sottostare alle leggi di mercato. Del resto lo aveva detto il ministro Marianna Madia varando lo scorso anno la riforma: «Le società pubbliche potranno fallire», annunciando con uno slogan che avrebbe tagliato «da 8 mila a mille», il numero delle società.

Il decreto attuativo è stato pubblicato in Gazzetta solo lo scorso mese di giugno ma la Sicilia questa volta ha anticipato tutti. E gli effetti sono già visibili.

La scure sui finanziamenti

Quello che sta accadendo con le partecipate ricalca un po’ il percorso della formazione professionale dove i crac si stanno moltiplicando: dopo Cefop e Ial è stata l’Anfe regionale a fallire. Questo è avvenuto dopo che le risorse stanziate dalla Regione – un tempo oltre 300 milioni l’anno - sono state dimezzate e prelevate dai fondi europei tramite regole più rigide. Molte strutture non hanno retto. Difficile oggi quantificare i risparmi. Solo per il ripianamento dei debiti delle partecipate erano stati spesi circa 30 milioni tra il 2009 e il 2012, mentre una quindicina di società in liquidazione sono costate mezzo milione l’anno ciascuna per gli organi sociali. Considerando anche i costi del personale che sono venuti meno, la stima degli uffici dell'economia è di almeno 50 milioni l'anno. Nella formazione invece il budget è calato a 130 milioni nel triennio ed è stato praticamente dimezzato. «Semplicemente è successo che la Regione ha smesso di dare i soldi per ripianare continuamente i debiti» spiega Grazia Terranova che guida l’Ufficio speciale per la chiusura delle liquidazioni.

Dall’ultima verifica fatta dalla Regione è emerso che delle 33 società partecipate inizialmente attive ne sono rimaste in vita 14, sei sono state definitivamente cancellate e tre sono fallite.

Il piano di dismissioni

L’operazione di riordino del governo regionale parte dal governo Lombardo e accelera nel 2013, quando una relazione della Corte dei conti lancia l'allarme: in quattro anni, tra il 2009 e il 2012, la Regione ha erogato oltre un miliardo di euro a una trentina di società partecipate ma la metà di queste è in perdita continua da tre esercizi. Una parte consistente è destinata al personale, mentre un’altra parte è destinata al salvataggio dei conti. Sviluppo Italia Sicilia, per fare un esempio, in quattro anni ha perso sei milioni e mezzo ma è stata ugualmente tenuta in vita. La Corte dei conti annota che in certi casi emerge una «bassa redditività», delle inefficienze definite «patologiche» a fronte delle quali la Regione si ostina «in una perversa logica di salvataggio a tutti i costi». Il caso limite, rileva la Corte dei Conti, arriva dalle società in liquidazione, una quindicina, capaci di incidere per il 45 per cento delle perdite complessive di costare in tutto oltre 5 milioni circa di euro in quattro anni solo per quanto riguarda i costi degli organi sociali, nonostante lo stato di liquidazione.

L’assessore all'Economia, Alessadro Baccei, piazza all’ufficio per le liquidazioni la dirigente Grazia Terranova. Si chiude il rubinetto di finanziamenti e alcune società falliscono non ce la fanno. L’ultima è la Multiservizi, il cui personale è transitato nella Sas lasciando in piedi un fiume di contenziosi: alla fine la Regione riconoscerà un debito di 9 milioni per chiudere la partita. Restava in ballo un debito da circa un milione e mezzo per i lavoratori, ad esempio per il pagamento del Tfr e di mensilità arretrate, ma in questo caso dovrebbe in parte intervenire l'Inps.

Le liquidazioni infinite

La Terranova trova una quindicina di società costate circa mezzo milione l’anno in media solo per pagare gli organi sociali nonostante la liquidazione in corso. Oggi queste società sono state completa mente cancellate: addio a Sicilia Turismo e cinema, Sicilia e-Innovazione, Quarit, Ciem, Siace e Sicilia e ricerca. Delle partecipate in liquidazione oggi solo cinque restano sotto la vigilanza della Regione. Sono la Inforac, una sorta di buco nero nel quale finiscono tutti i contenziosi pendenti delle società chiuse, Biosphera, le Terme di Sciacca e le Terme di Acireale.

Biosphera attende un credito dal dipartimento del Territorio di circa un milione e mezzo prima di scomparire dai registri. Le Terme di Sciacca invece potrebbero addirittura rinascere: hanno messo in vendita le piscine Molinelli che sono state acquistate dalla Regione e con gli introiti sono stati pagati i creditori. La Regione ora affiderà l’enorme patrimonio al Comune che il prossimo anno dovrà cercare un privato a cui dare la gestione della struttura. Percorso simile dovrebbero seguire le Terme di Acireale che però versano in una situazione difficile: c'era un mutuo che non è stato non pagato e una società ha rilevato il credito dalla banca.

La Regione sta provando adesso a risolvere il contenzioso. L'ultima arrivata è la Sicilia Patrimonio Immobiliare per la quale il liquidatore, che si è insediato solo tre mesi fa, sta predisponendo il progetto di liquidazione che dovrebbe essere pronto a settembre. Poi ci sono le 14 società attive: di queste due, La Parco tecnologico e la Mercati agroalimentari sono finite sotto la lente di ingrandimento mentre per Mediterranea Holding, partecipata al 30,33 per cento, la Regione ha esercitato il diritto di recesso il 22 dicembre 2015. In due aziende, i Distretti tecnologici, la Regione ha partecipazioni minoritarie del 9 e del 7 per cento. In Sicilia Acque la partecipazione è del 25 per cento mentre la società Interporti del 34 per cento.

 Licenziati appesi a un filo

Sono 132 i dipendenti licenziati dalle partecipate e finiti in un albo unico da cui le altre società dovrebbero attingere al bisogno. Altri 15 lavoratori dovrebbero arrivare dalla Patrimonio immobiliare, ma la Regione ha chiesto un parere all'Avvocatura per capire se questi hanno tutti i requisiti richiesti dalla legge. In sostanza può essere ripescato solo chi era stato assunto tramite un concorso pubblico o comunque prima del 2008. Nel frattempo l’Ars ha approvato una norma che prevede il transito di questo personale alla Sas ma l'assunzione avverrà tramite l'avvio di progetti da parte dei dipartimenti. Le modalità restano comunque un rebus. Prima di Ferragosto al dipartimento dell'Economia si è tenuta una riunione per provare a chiarire ad esempio in quali casi serviranno delle procedure concorsuali. Se ne riparlerà a settembre, ancora una volta a ridosso della campagna elettorale.

 

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