Giovedì, 28 Gennaio 2021
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L'INTERVISTA

Ricolfi: «Elezioni? Test per la minoranza del Pd, ma il premier andrà avanti»

«Sono in montagna, circondato dalla natura, leggo poco i giornali». Ha voglia di scherzare Luca Ricolfi, sociologo all’Università di Torino, scrittore ed editorialista de «Il Sole 24 Ore». Alle domande risponde con un filo di ironia in più. «Vuole che le parli delle prossime elezioni regionali? Non so che cosa dirle. Mi appassionano poco».

Professore via: anche in montagna fra alberi e animali si sarà pure fatta un’idea di quello che sta succedendo. Vincerà Renzi 7 a 1 come spera o il Cavaliere riuscirà a recuperare?

«Le posso assicurare che il voto di domenica è assolutamente irrilevante. In Italia c’è la tendenza a dare significati politici epocali anche alle elezioni di un paesino sperduto in una valle dimenticata. Però è sbagliato. Lunedì sera, comunque andrà a finire non cambierà nulla».

Qualcuno crede che Renzi di fronte ad un risultato inferiore alle attese potrebbe dimettersi come fece D’Alema: lo crede possibile?

«Ma non scherziamo. Qualunque cosa succeda Renzi andrà avanti fino al 2018. Non sarà certo un risultato elettorale un po’ disallineato rispetto alle sue aspirazioni che potrà metterlo in difficoltà».

Vuol dire che si sta montando una immensa contro danza ma non c’è la musica?

«Esattamente. Io, lei, tutti i giornali italiani da domenica scriveremo paginate dense di analisi. In tv sentiremo tempeste di parole. Tutti a spaccare il capello in quattro sulle conseguenze del voto. Le assicuro che sarà un esercizio vago. Tanto Renzi, qualunque cosa accada, andrà avanti lo stesso perché non ha alternative. Deputati e Sanatori non hanno alcun interesse a buttarlo giù per non interrompere la legislatura. L’opposizione non esiste e allora perché dovrebbe lasciare il campo? Discorsi inutili».

Avanti di questo passo anche le elezioni diventeranno un rito superfluo. Come stupirsi se poi esplode l’astensione?

«L’unico brivido di queste elezioni è rappresentato dalla Liguria. Bisognerà capire quanti voti prenderà il candidato di Cofferati e di Civati. Se resta marginale significa che la minoranza del Pd è destinata a squagliarsi. Se dovesse ottenere percentuali a due cifre aumenteranno i fastidi per Renzi. Ma nulla di più».

E la Campania con il rebus De Luca?

«Questo mi appassiona ancora meno del resto. De Luca, per quanto lo conosco, non è un impresentabile. Anzi avendolo frequentato posso anche dire che una certa ammirazione per le sue doti di amministratore».

Vista la situazione non era meglio evitare la candidatura?

«Ha vinto le primarie. Non c’era niente da fare. Casomai mi sarei aspettato un atteggiamento diverso da Renzi. Non ha impedito la candidatura sapendo che con De Luca la vittoria è praticamente sicura. Non ha nemmeno polemizzato con la magistratura. È rimasto nel mezzo con un atteggiamento che poco si adatta alla sua immagine di decisionista. Ecco se vuole il mio parere su tutta questa partita della Campania a farci la figura peggiore è il Presidente del Consiglio».

Evidentemente non ha voluto creare un altro focolaio di scontro con i giudici.

«Ma i giudici sbagliano. Sono esseri umani. L’abbiamo visto tante volte. La condanna di De Luca è solo in primo grado per abuso d’ufficio. Vedremo più avanti. Da parte di Renzi serviva una scelta di campo netta: o bloccare la candidatura oppure accettarla fino in fondo entrando in rotta di collisione con i giudici. Non l’ha fatto forse perché temeva di apparire troppo simile a Berlusconi nella sua polemica con le toghe. Ha commesso un errore perché, ancora una volta, ha lasciato ai magistrati la possibilità di dettare i tempi della politica. Se De Luca, come penso, sarà eletto il premier si troverà un bel problema da gestire».

Un problema importante certo. Ma nulla in confronto al Cavaliere che rischia lunedì sera di trovarsi privo di un partito.

«Le posso dire che l’ho sentito parlare in questi giorni e ho condiviso molte delle sue analisi. Non sono di destra e nemmeno berlusconiano però ultimamente ha detto delle cose giuste. Le riforme di Renzi sono le stesse che il governo del Cavaliere aveva proposto nel 2005. Se il centro-sinistra avesse avuto la stessa disponibilità mostrata dal centro-destra fino alla rottura del Patto del Nazareno l’Italia avrebbe guadagnato dieci anni. L’ostruzionismo ha consentito alle diverse anime del Pd di restare insieme. A soffrire è stato il Paese».

Però adesso siamo alla svolta: il Pd è al potere e il centrodestra è a pezzi. Come andrà a finire?

«Diciamo che ci sono le premesse perché Renzi governi per i prossimi vent’anni. Abbiamo avuto il ventennio del Cavaliere Primo. Poi il ventennio del Cavaliere Secondo e ora avremo quello di Renzi».

Via professore non scherzi.

«Guardi Renzi può essere sconfitto solo dal perdurare della stagnazione. Se il Pil resta debole e la disoccupazione non cala sono problemi. Se la Grecia esce dall’euro è un problema ancora più grande. Ma, se come tutti dobbiamo sperare, il quadro si ricompone non c’è rischio per il premier».

E il centrodestra?

«Il centro chi? Ma via. In questo momento schierano squadra con i ragazzini della Primavera contro la Juventus: quante i speranze hanno di vincere? Assolutamente nessuna. Renzi ha costruito la legge elettorale a immagine del suo partito».

Perché?

«Il Pd è l’unico partito sicuro di andare al ballottaggio e anche di vincere con l’Italicum. Non importa la soglia di sbarramento al 35 al 40% o dove volete metterla. Il suo consenso, in questo momento varia fra il 32 e il 38%. Un po’ meno del 40% delle Europee dell’anno scorso e forse qualcosa di più del 34% ottenuto da Veltroni. Comunque una quota vincente. Fra tre anni i suoi avversari al ballottaggio rischiano di essere Salvini o Grillo. Per Renzi due garanzie di vittoria».

A meno che Salvini non faccia un passo indietro e accetti di fare squadra con il Cavaliere o i suoi eredi.

«Ma figuriamoci. Salvini che si allea per fare una lista unica lasciando che siano altri a capeggiarla. Non credo che accadrà. Bisogna credere al capo della Lega quando dice di voler essere il capo dell’opposizione».

Anche a costo di non vincere mai?

«Certo. In questo la Lega mi ricorda un po’ il vecchio Pci che sapeva di non poter prendere la guida del Paese e si concentrava sul potere locale. Salvini fa lo stesso: coltiva la propria diversità così come Togliatti e i suoi successori che si consideravano i migliori. Parole d’ordine e slogan per rafforzare il senso di appartenenza. Non penso che la Lega abbia voglia di prendere il governo nazionale. Ha già fatto l’esperienza con Bossi ed è bastato. Come il vecchio Pci punta a quello locale dov’è più facile gestire il potere senza stare troppo sotto i riflettori. Nel frattempo può continuare con le sue battaglie: via dall’euro, chiudere i campi rom, bloccare l’immigrazione e via elencando. Tutte cose difficili da fare. Ma se non vieni chiamato a Roma puoi vivere nella medesima doppiezza del vecchio Pci».

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