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Elezioni in Iran, vince l'ultraconservatore Raisi: affluenza ai minimi storici

Iran, Sicilia, Mondo
(FILES) In this file photo taken on June 06, 2021 Iranian presidential candidate Ebrahim Raisi gestures during an election campaign rally in the city of Eslamshahr, about 25 kilometres south of the centry of the capital Tehran. - Iran's ultraconservative cleric Ebrahim Raisi won 62 percent of the vote counted so far in a presidential election, officials said today after Raisi's rivals conceded defeat. Raisi won over 17.8 million votes out of 28.6 million ballots counted so far, far ahead of the second-placed candidate Mohsen Rezai who won 3.3 million votes, election office chairman Jamal Orf said on state television after Friday's vote. (Photo by - / AFP)

Tutto come previsto in Iran. Il fondamentalista Ebrahim Raisi vince facile, grazie all’esclusione di tutti i maggiori rivali riformisti e conservatori, e diventa l’ottavo presidente della Repubblica islamica. L’affluenza scende al minimo per un’elezione presidenziale dalla rivoluzione del 1979, ma secondo i dati ufficiali non si concretizza per il regime l’incubo di un boicottaggio di massa. Dati comunque contestati dagli oppositori che premevano per l’astensione. Mentre la Guida suprema Ali Khamenei canta vittoria, affermando che la partecipazione registrata è bastata a sconfiggere i disegni dei «nemici» e dei loro «mercenari».

Raisi ha vinto la corsa con 17,9 milioni di voti. Grazie alla scarsa affluenza, per aggiudicarsi la presidenza gli sono bastati solo due milioni in più delle preferenze ottenute nelle elezioni di quattro anni fa, quando venne sconfitto da Hassan Rohani con un bottino di 23,6 milioni di voti. Molto distanziati gli altri quattro candidati minori lasciati in gara dopo la falcidia operata dal Consiglio dei Guardiani: il conservatore Mohsen Rezai, che si è fermato all’11,7%, il moderato Abdolnasser Hemmati, che ha incassato un modesto 8,3%, e il deputato conservatore Hassan Ghazizadeh Hashemi, che ha raggranellato un ancora più misero 3,4%.

Ma il dato più sensibile a cui tutti guardavano era quello dell’affluenza alle urne, cartina di tornasole per misurare il consenso alla Repubblica islamica dopo l’operazione Raisi, volta chiaramente a restringere la cerchia del potere intorno a Khamenei. Il dato ufficiale parla di una partecipazione del 48,8%. La più bassa appunto per una consultazione presidenziale. Ma qualcuno alla vigilia delle elezioni prevedeva addirittura un risultato inferiore al minimo storico per un’elezione, toccato lo scorso anno per le parlamentari con poco più del 42%.

Gli oppositori all’estero che avevano invitato al boicottaggio, tra i quali i Mojaheddin del Popolo e l’ex principe ereditario del regime monarchico, Reza Pahlavi, si dichiarano comunque soddisfatti, affermando che il dato è stato gonfiato artificialmente. Per ora tacciono i dissidenti all’interno dell’Iran che avevano anch’essi chiesto agli elettori di disertare le urne, come l’ex primo ministro ed ex leader del movimento di protesta dell’Onda Verde del 2009, Mir Hossein Mussavi, e Faezeh Hashemi, figlia del defunto ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani. Ma qualcuno fa notare che una parte degli elettori insoddisfatti potrebbe comunque avere deciso di recarsi alle urne per non subire ritorsioni, scegliendo poi di votare scheda bianca o nulla: la percentuale di queste schede si attesta quasi al 13%.

Il presidente moderato uscente Rohani, che rimarrà in carica fino al passaggio di consegne in programma il 3 agosto, è andato a far visita a Raisi per fargli le congratulazioni e ha colto l'occasione per ribadire la bontà del suo maggiore successo in politica estera, l’accordo sul nucleare del 2015, da cui poi gli Usa di Donald Trump uscirono nel 2018, reimponendo a Teheran pesantissime sanzioni che stanno strangolando l’economia e diffondendo la povertà a macchia d’olio. «Spero - ha detto Rohani - che negli ultimi 45 giorni del mio mandato si arriverà alla revoca delle sanzioni americane».

Ciò che può avvenire solo con un accordo nei negoziati in corso da settimane a Vienna per convincere Washington a rientrare nell’accordo nucleare. Se ciò non sarà possibile da qui all’inizio di agosto, la palla passerà a Raisi. E sono in molti a giurare che, nonostante la sua immagine di fondamentalista, il nuovo capo del governo non si potrà permettere di abbandonare i negoziati, decisione che comunque spetta in ultima istanza alla Guida suprema.

Intanto fa subito sentire la sua voce Mosca, assicurando di voler lavorare anche con Raisi per mantenere gli stretti rapporti di amicizia. In un messaggio di congratulazioni, il primo da parte di un leader straniero, Vladimir Putin ha auspicato che con il nuovo presidente i due Paesi sviluppino "azioni comuni sulle questioni internazionali per assicurare gli interessi delle due parti e rafforzare la sicurezza e la stabilità della regione».

(ANSA)

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