Domenica, 31 Maggio 2020
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CASA BIANCA

Il Washington Post: da Trump rivelazioni top secret ai russi ma arriva la smentita

WASHINGTON. Donald Trump scivola ancora sulla Russia, nel pieno delle polemiche per il suo controverso licenziamento del capo dell’Fbi James Comey, che stava indagando sulle possibili collusioni tra l’entourage presidenziale e Mosca. Il presidente, secondo il Wp, che cita come fonti «attuali ed ex dirigenti Usa», ha rivelato una informazione altamente classificata sull'Isis al ministro degli esteri russo Serghiei Lavrov e all’ambasciatore di Mosca in Usa Serghiei Kisliak durante il loro incontro alla Casa Bianca la scorsa settimana, proprio il giorno dopo il siluramento di Comey.

Ma il consigliere per la Sicurezza nazionale americano H.R. McMaster ha liquidato quanto riferito per primo dal Washington Post come "una storia falsa". "Non è successo", ha detto Mcmaster, ricordando che lui era presente all'incontro.

E anche il segretario di Stato americano Rex Tillerson ha negato che nell'incontro fra il presidente Donald Trump e il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov, al quale ha partecipato, siano stati discussi fonti o metodi di intelligence, ma ha ammesso che Trump ha parlato della ''natura di specifiche minacce''.

L’informazione riguarderebbe la minaccia terroristica legata all’uso dei laptop in aereo, che gli Usa hanno già vietato in cabina nei voli da otto Paesi islamici diretti negli Stati Uniti. Misura adottata poi anche da Canada e Gran Bretagna. Washington ora sta valutando di estendere il divieto anche ai Paesi europei. L’informazione era stata fornita da un partner alleato attraverso un accordo per la condivisione dell’ intelligence considerato così delicato che i dettagli non erano stati resi noti agli alleati ed erano stati tenuti altamente riservati anche all’interno del governo Usa. Il partner inoltre non aveva dato il permesso per condividere il materiale con la Russia. Dopo la rivelazione, dirigenti della Casa Bianca avrebbero preso misure per contenere il danno, chiamando la Cia e la Nsa.

«Questa è una parola in codice», ha commentato un dirigente Usa usando la terminologia usata dalle agenzie di intelligence americane per indicare il livello più alto di segretezza. E ha aggiunto che Trump «ha rivelato più informazioni all’ ambasciatore russo di quante abbiamo condiviso con i nostri alleati». Secondo il Wp, il presidente non ha reso noto il metodo con cui è stata ottenuta la 'drittà ma ha descritto come l’Isis stia perseguendo elementi di un piano specifico e quanti danni potrebbe provocare un tale attacco sotto varie circostanze. Ma la cosa più allarmante è che ha svelato la città nel territorio del Califfato dove il partner Usa ha individuato la minaccia. Dato che potrebbe aiutare Mosca ad identificare la fonte di intelligence e a metterla fuori gioco. E' vero che Usa e Russia vedono entrambe l’Isis come un nemico comune e condividono limitate informazioni sulle minacce terroristiche ma i due Paesi hanno una agenda diversa in Siria, dove Mosca ha installato truppe e infrastrutture militari per sostenere Assad.

La rivelazione senza preventiva informazione o autorizzazione da parte della fonte potrebbe inoltre minare la sua fiducia. Secondo il Wp si tratterebbe di un alleato che già in precedenza aveva espresso frustrazione per l’incapacità di salvaguardare informazioni sensibili riguardanti l’Iraq e la Siria. Insomma, un bel boomerang che si abbatte su quella sicurezza nazionale cui Trump dice di tenere tanto. Il consigliere per la sicurezza nazionale H.R.McMaster ha negato che Trump abbia rivelato informazioni classificate in quell'incontro, cui ha partecipato: «Hanno esaminato le minacce comuni delle organizzazioni terroristiche, incluse quelle all’aviazione», ha detto al Wp McMaster.

«Mai sono stati discussi fonti o metodi di intelligence e non è stata rivelata alcuna operazione militare che non fosse già nota pubblicamente», ha aggiunto. Ma le sue rassicurazioni sembrano contare poco contro quella che sembra l’ennesima improvvisazione di Trump con i leader stranieri, questa volta aggravata dal fatto che gli interlocutori erano russi, compreso l’ambasciatore Kisliak al centro di molti contatti sospetti con la campagna del tycoon.

 

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