Martedì, 24 Novembre 2020
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STRAGE DI BRUXELLES

Arresto di Abrini, Aldo Giannuli: "E' necessario che parli"

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PALERMO. «Siamo in guerra e i terroristi non si fermano. Il rischio di nuovi attentati, anche se non nel breve termine, è alto». Lo afferma lo storico Aldo Giannuli, autore del volume «Guerra all’Isis» edito da Ponte delle Grazie, commentando l’arresto del super ricercato Mohamed Abrini. «Siamo di fronte ad un risultato modesto dell’intelligence - commenta Giannuli -. Speriamo che tutto questo sia comunque la premessa di ulteriori successi investigativi».

Negli ultimi mesi c’è stata una critica abbastanza forte nei confronti dell’intelligence belga e francese. Questo arresto può essere considerato un riscatto?
«Per riscattare una situazione del genere ce ne vuole. Questi (i terroristi, ndr) scorrazzano ancora per le nostre città, fanno attentati. Siamo di fronte ad un risultato modestissimo. Dobbiamo capire ancora molto. Se solo dovessimo tener presente le figuracce fatte, non ultima il giornalista preso e poi rilasciato perché non era lui l’uomo del berretto... insomma ce ne vuole per parlare di riscatto. Ora si pone un problema: che ne facciamo di questo arrestato? Sarebbe utile colpire la rete. Occorrerebbe capire se si sono precipitati ad arrestarlo bruciando magari una pista investigativa. Speriamo che siano capaci di ricavare delle informazioni, magari con metodi civili e che non si faccia ricorso alla tortura. Da quello che leggo questo potrebbe essere l’uomo col cappello. Questo personaggio comunque qualcosa c’entra con quanto accaduto. Occorre ora attendere e sperare che sia la premessa di un successo investigativo conseguente».

 

Dopo questo arresto, c’è il rischio di ulteriori ritorsioni in Europa da parte dei terroristi?

«Gli attentati non si preparano mai in pochissimo tempo. O c’è un piano già preparato e pronto nel cassetto, o altrimenti è un po’ difficile. Ogni terrorista suicida è preparato da tempo. Dal momento che hanno appena fatto una strage come quella di Bruxelles, tutto è possibile. Ma non sono convinto che riusciranno a fare qualcosa di clamoroso nell’immediatezza. Se però ci allontaniamo, nel giro di qualche settimana il rischio è quello di sempre. Mettiamoci in testa che siamo in guerra e che i terroristi non si fermano. Continueranno finché noi non smantelleremo le loro reti. Fino ad allora saremo a rischio attentati in continuazione. Mettiamoci l’animo in pace: non è finita«

 

L’Italia finora non è stata colpita, né ha subito attentati. Merito della nostra intelligence?

«Non solo. Anzi direi che il merito per la nostra intelligence c’è al 25 per cento. Il fatto che qui non ci siano attentati è il risultato di una serie di fattori. C’è, ad esempio, il Vaticano che è una delle più importanti centrali informative del mondo. Il nostro Paese ospita poi una realtà che si chiama Eni, estremamente presente in Medioriente, in modo ramificato e con rapporti nei governi locali… forse il vero servizio segreto che abbiamo. In terzo luogo abbiamo una malavita organizzata con un controllo del territorio abbastanza capillare. E che non ha alcun interesse che ci siano attentati. Questo moltiplicherebbe, infatti, la pressione poliziesca che disturberebbe i suoi traffici. Tutto ciò rende antipatico l’ambiente rispetto all’infezione jihadista. I nostri servizi, ripeto, sono solo uno dei fattori».

 

Quali sono gli obiettivi oggi dell’Isis?

«L’Isis è molto diverso da Al Qaeda. L’Isis non fa attentati eclatanti come quello dell’undici settembre, né quello ispirato attraverso i lupi solitari. L’Isis ha una catena di comando e punta sull’attacco a sciame. La spettacolarità delle azioni dell’Isis è l’attacco in tre punti diversi contemporaneamente. Un impatto psicologico devastante. L’obiettivo simbolico possono anche colpirlo ma loro sono interessati più alle azioni a raggiera. Il fatto che abbiano fatto un attacco sotto la sede dell’Unione europea, può essere casuale ma può essere in qualche modo pure un messaggio, della serie: siamo in guerra con tutta l’Unione europea e quindi anche con quei Paesi ancora risparmiati e non direttamente colpiti. Penso ad esempio al Portogallo, alla stessa Italia o alla Polonia».

 

Si è parlato in passato della ”conquista di Roma” da parte dell’Isis. È un pericolo reale?
«Queste sono le patacche propagandistiche che quelli dell’Isis raccontano ai loro seguaci. Sono cose che credono i fanatici esecutori. Quando parliamo dei componenti del gruppo dirigente dell’Isis non parliamo di signori col turbante, barbone e corano in mano. Ci sono al comando dell’Isis i generali di Saddam, gente laica che pensa in termini molto politici. Loro hanno come obiettivo un grande stato islamico compreso tra la parte est del canale di Suez e l’Iran e l’Afghanistan. Il resto è propaganda».

È innegabile la situazione di forte caos nell’area mediorientale. È possibile individuare le radici di tutto questo?
«Sta saltando di fatto tutto l’assetto che era stato dato al Medioriente dalla fine dell’impero Ottomano. È saltato l’Iraq che non si ricomporrà più, così come la Siria e la Libia. Ci sono forti segnali di instabilità in Turchia. Sta saltando, di fatto, il patto Sykes-Picot che aveva ridisegnato i confini. Poi comunque ci sono stati errori più recenti: dal corteggiamento di alcuni settori dell’Islam alle recenti sconclusionate guerre di Bush che hanno soltanto destabilizzato l’area geografica lasciando solo un cumulo di macerie. C’è un secolo intero di errori. Va ripensato tutto l’assetto del Medioriente. Ma non possiamo pensare che si faccia con leadership come quella egiziana. Bisogna togliere l’acqua in cui nuota il pesce jihadista. L’Occidente deve evitare di fare guerre sbagliate. E occorre riflettere anche su come sono state gestite le primavere arabe. Tutto questo è il prodotto anche del come abbiamo selezionato le classi dirigenti degli ultimi 25-30 anni. Sono classi dirigenti che hanno una debolissima cultura storica, che non hanno capacità strategica. Classi dirigenti condizionate dalla dimensione finanziaria piuttosto che geopolitica. Poi ci sono stati altri pasticci. Per concludere, con una battuta possiamo dire: Bush ha sbagliato la guerra, Obama ha sbagliato la pace».

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