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Libia, Biagini: non avrà un unico governo l’intervento militare è quasi inevitabile

«È evidente, ormai, che l'esecutivo di unità libica non si farà. Per la comunità internazionale, quindi, è davvero difficile adesso non intervenire militarmente». Malgrado sia arrivato ieri dal governo islamista di Tripoli un nuovo altolà a missioni straniere, anzi proprio perché nel «Paese del Caos» tutti sembrano ormai arroccati su posizioni ostili, Antonello Biagini ritiene che sia arrivata per l'Italia e i suoi alleati l'ora di rompere gli indugi. Ordinario di Storia e presidente della Fondazione dell'Università Sapienza, il prorettore dell'Ateneo romano traccia un parallelo con un precedente non troppo remoto: «Come in Bosnia un'operazione multinazionale pose fine alla guerra civile e riportò in qualche modo ordine nella regione, così adesso bisogna agire in Libia. Dal suo interno non vedo emergere forze in grado di ristabilire un equilibrio ragionevole».

A parte le diffide provenienti da Tripoli, cosa ha impedito sinora una scelta risolutiva del Consiglio di Sicurezza dell'Onu sul conflitto libico?
«Il problema è che nessuno riesce a formulare una sorta di unicità di fini, due o tre obiettivi comuni in cui tutti possano ritrovarsi. Adesso, ci interessa la Libia perchè è la più vicina a noi. Ma la stessa questione esiste in Siria e con il Califfato. Registriamo positivamente una ripresa di rapporti tra Stati Uniti e Russia, ma ancora oggi ognuno continua a muoversi esclusivamente per i propri fini».

Solo un'illusione, la "soluzione politica"?
«In Libia mancano persino i pre-requisiti che possano portare a un governo unitario di pacificazione. Illogico, quindi, non fare nulla. È principio acquisito la possibilità di intervento internazionale per gravi violazioni dei diritti umani e credo che ormai in quei territori ciò sia palese. Basti pensare al traffico di esseri umani che proprio lì ha una delle basi principali».

Opinione pubblica italiana nettamente contraria a un nostro intervento militare nel Paese nordafricano. Un ostacolo?
«Gli italiani sono spesso contrari, trascinati più dall’emotività che da ragioni politiche. Mi meraviglio poco. Sia chiaro, nessuno vuole fare operazioni di questo genere che sono sempre un salto nel buio. Si devono, però, valutare costi e ricavi a partire dai prezzi già pagati dalle nostre imprese che lavoravano in Libia. Soprattutto, però, bisogna considerare il peso enorme di un aumento esponenziale dei profughi che ha già provocato quasi la fine di quel fragile edificio chiamato Europa. Una retromarcia impressionante e noi, considerata la nostra posizione geopolitica, siamo i più esposti. Inutile, dunque, nascondersi dietro un dito».

In un'intervista al "Giornale di Sicilia", Domenico Quirico ha sottolineato come la "ex Libia" sia ormai smembrata e sotto il controllo di centinaia di bande armate. Difficile scegliersi amici e nemici, in caso di missione?
«Oggi la situazione è precipitata, mentre si dovevano trovare soluzioni a partire dalla defenestrazione di Gheddafi. Partiamo, comunque, da una precisazione. Molto più che la questione delle fonti energetiche, dobbiamo tenere conto della guerra in corso tra sunniti e sciiti cui si somma la sfida tra potenze regionali per l'egemonia nel Grande Medio Oriente (comprensivo pure del Nord Africa, ndr). Tutto questo pesa in Libia perchè, se il Califfato stabilizza la propria presenza, ciò significa che si ritroverebbe a condizionare tutta l'area mediterranea».

Quindi?
«Ha ragione Quirico quando ricorda come in Libia esista una confusione tale che non si riesce a capire con chi stare, ma un intervento andrebbe studiato sulla base di una serie di elementi che certamente possono esserci forniti dai nostri servizi di intelligence. Soprattutto, però, bisogna avere la capacità di individuare i soggetti più forti: capisco che è sgradevole dirlo, ma alla fine ci si accorda con gli interlocutori capaci di ricostruire il quadro».

Quale "quadro"?
«Difficilmente, le varie parti della Libia ritorneranno insieme. Quella nazione, d'altronde, fu inventata durante l'occupazione italiana come collante tra Cirenaica, Tripolitania e Fezzan. Adesso, nessuno vorrà tornare indietro. Resta solo una soluzione federale o qualcosa di simile, ma serve l'accordo tra i soggetti locali che certo non è facile perchè sono aumentate le milizie mentre è crollato il potere dei capi tribali coi quali Gheddafi riusciva a fare accordi per tenere unito il Paese. Inutile nascondersi che oggi la soluzione è molto più complicata rispetto a uno o due anni fa».

Resta, poi, l'incognita-Isis ...
«Credo sia stato proprio Quirico a scrivere che "tolto il tappo, è venuto fuori di tutto". Esiste una questione libica all'interno del grande conflitto generale in corso nel mondo islamico e, considerato che dalla caduta di Gheddafi sono ormai passati cinque anni, la situazione s'è aggravata. Nel vuoto politico, s'è inserito il Califfato».

Sorpreso del radicamento jihadista in quella che fu la "Gran Giamahiria Araba Popolare Socialista"?
«In realtà, questa è stata una grande sorpresa per molti. La Libia dava un'impressione di laicità diffusa, rafforzata da alcune teorie socialisteggianti di Gheddafi. Ribadisco, però, che in politica il vuoto non può esistere e si afferma così la necessità di rivolgersi ad altro. A qualcuno che possa dare garanzie di prospettiva. Purtroppo, in certe aree, queste prospettive sono offerte oggi dal Califfato in quanto non si fonda solo sul terrore nelle zone che amministra ma è capace di garantire governo e presenza militare. Ecco perchè non sono d'accordo con chi si ostina ancora a parlare di sedicente Stato Islamico: è, ormai, uno Stato a tutti gli effetti».

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