Domenica, 25 Ottobre 2020
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L'INTERVISTA

Battistini: «Rivoluzione? Il vero problema è che in Tunisia la gente ha fame»

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Guerriglia urbana e scene da anni di piombo. Tunisia sconvolta, a cinque anni di distanza dall' incompiuta «Rivoluzione dei gelsomini», con giovani che si sono riversati nelle strade di Kasserine protestando per il lavoro che non c' è. I tassi di disoccupazione toccano il 70%, negli slogan riferimenti anche a disuguaglianze sociali e corruzione. Pochi giorni fa Ridha Yahyaoui, laureato disoccupato, si è arrampicato su un traliccio dell' alta tensione, è morto folgorato e ha dato una nuova scossa a tutta la Tunisia. Poi è scattato il coprifuoco notturno in tutto il Paese. «È il caos, ma il problema adesso è prettamente economico e non ideologico: la gente ha fame e vuole lavoro», la ricostruzione fornita da Francesco Battistini, inviato del Corriere della Sera, che ha osservato da vicino le proteste di questi giorni.

Per inquadrare meglio il problema, date le premesse che sembravano incanalare il Paese verso una modernizzazione dopo la «Rivoluzione dei gelsomini» del 2011, cosa non è cambiato in Tunisia negli ultimi 5 anni?
«Facciamo prima a dire cosa è cam biato, ovvero molto poco. La Tunisia ha adesso una Costituzione tra le più evolute del mondo arabo, a fronte di una rivolta che ha prodotto i suoi frutti eche, per certi versi, è stata diversa, più efficiente, che in altri contesti. C' è stata una significativa rivolta da parte delle donne, che hanno chiesto e ottenuto in parte maggiori diritti, vincendo anche una battaglia contro l' Islam estremo, come evidenziato anche dal riconoscimento del Nobel per la pace 2015. Un riconoscimento vinto dal "Tunisian national dialogue quartet", il quartetto per il dialogo in Tunisia - formato da quattro organizzazioni della società civile - per il contributo offerto alla costruzione della democrazia dopo la rivoluzione dei gelsomini del 2011. Queste le cose che hanno funzionato. Tante, invece, le cose non andate per il verso giusto e che non hanno garantito continuità dopo i movimenti del 2011. Ad esempio, tutta la rete dei blogger da cui erano partite istanze per il cambiamento, i diritti e la democrazia, è stata smantellata e si è sgretolata, ha prevalso il silenzio. Io stesso, pochi giorni fa, sono stato testimone alle celebrazioni di avenue Bourgiba per i cinque anni dalla caduta di Ben Ali: una parte centrale del viale chiuso con il filo spinato, al l' interno le associazioni organizzatrici dell' evento, nel resto della città totale indifferenza. Questo significa che i problemi adesso sono altri: c' è un 15% di disoccupazione secondo le stime ufficiali, che non coincide con la realtà, ovvero il 70% nelle periferie. Il 15% riguarda alcune delle grandi città, come Tunisi, che per forza di cose sono privilegiate. In ogni caso, anche il 15% è comunque di più rispetto al 12 stimato sotto Ben Ali».

La Tunisia rischia una rica duta nostalgica?
«Direi che la nostalgia è abbastanza metabolizzata. È normale che certi concetti escano fuori, magari nei discorsi della gente comune, appunto nei bar. È un modo di lamentarsi simile al nostro, sostenere che "si stava meglio quando si stava peggio", anche se poi si sa perfettamente che non è così. Certo è che i tunisini stanno capendo che non si mangia con i concetti di democrazia e libertà, e quindi è altrettanto vero che c' è abbastanza disincanto nei confronti del sogno europeo. Ma non è un vero sentimento di nostalgia, anzi proprio di recente sono stati scarcerati alcuni parenti di Ben Ali e fa ancora abbastanza effetto per i tunisini ricordare il malcostume di quegli anni. In altri casi, addirittura, per esempio se si va a Sidi Bouzid, chiedendo in giro di Mohamed Bouazizi, il giovane martire divenuto simbolo delle rivolte del 2011 dopo essersi dato fuoco, c' è chi non lesina parole pesanti e sostiene che si sia trattato di uno psicolabile e che la famiglia abbia approfittato della situazione lasciando tutto e andando in Canada. Insomma, c' è una tiepida nostalgia del vecchio sistema e un tiepido allontanamento dagli entusiasmi di cinque anni fa. La gente ha fame, e quello è il vero problema».

Questa situazione lascia pensare a nuove accelerazioni della protesta in chiave moderna, e quindi la prosecuzione del sogno europeo e occidentale, oppure c' è il rischio, anche per la Tunisia, di una deriva verso il radicalismo islamico?
«C' è stata una coincidenza tra la scoperta della libertà da parte dei tunisini, e la crisi economica che ha investito tutta l' Europa. Di conseguenza, c' è stata per i tunisini una forte delusione, nel capire che quel mondo tanto sognato, l' Europa, non era così perfetto come avevano immaginato. Adesso i tunisini sanno bene che da noi non c' è tutto questo lavoro, e vivono il cosiddetto "sogno europeo" con distacco, con disincanto. La Tunisia, d' altra parte, è cosa ben diversa, ad esempio, dalla Nigeria, dove la gente scappa a qualunque condizione. C' è da dire che le grandi città tunisine hanno sviluppato gli anticorpi contro le tentazioni fondamentaliste islamiche. Ma il quadro è già molto diverso in realtà più piccole, come Kasserine, dove è fortissima la propaganda jihadista. Lo stesso primo ministro ha parlato di un meccanismo per cui a giovani senza speranza vengono dati 1500 dollari al mese, più le garanzie per la famiglia, per andare a combattere in Libia. È un problema tutto economico: in quei casi sì, si corre il rischio di nuove affiliazioni al fondamentalismo islamico. Per arginare il problema sarebbe necessario subito un intervento deciso, massiccio, a livello internazionale, capace di dare risposte concrete a chi sta protestando in questi giorni».
L' Europa, diceva, ha deluso le aspettative di molti tunisini. L' Europa, adesso, potrebbe fare in concreto qualcosa per aiutare la Tunisia?
«Certo, se si considerano i tanti investimenti bloccati per una serie di intoppi dovuti all' Unione Europea. Ai tunisini erano stati promessi, da parte di chi governa, soldi e lavoro. Ma è subito apparso chiaro, all' Europa, che è poco conveniente investire in Tunisia, ci sono garanzie inferiori rispetto a investimenti fatti altrove. Delocalizzare in Tunisia non conviene. Intanto, per contrastare l' islamismo, un maggiore intervento in chiave economica sarebbe determinante, oltre che auspicato dai manifestanti. In fondo, la Tunisia è un piccolo Paese, facile da aiutare. L' Italia ha una presenza forte, ma non basta. Il partito "del rilancio", attualmente al governo, si è spaccato e ha dovuto cedere a compromessi con gli islamisti di Ennahda. Adesso sono previste le elezioni amministrative, con una probabile vittoria di Ennahda. Non sono da escludere nuove turbolenze».

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