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L'ESPERTO

"La Nigeria resiste a Boko Haram. Sangue e terrore ma niente Califfato"

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ROMA. «Boko Haram non è riuscito a emulare l'Isis, consolidando il proprio potere in una parte della Nigeria. Ma questo è lo Stato più popoloso dell'Africa con 180 milioni di abitanti, la locomotiva della regione sub sahariana: quindi, se è instabile e non cresce, tutto il continente ne risente». Giovanni Carbone, docente di Politica, Istituzioni e Sviluppo nell’Università degli Studi di Milano, autore di numerosi saggi su economia e politica dell'area sub sahariana, avverte: «Gli jihadisti non manderanno a gambe per aria la Nigeria, com’è avvenuto in Siria e Iraq, ma gli sforzi del governo per combattere questa insurrezione e il calo del prezzo del petrolio pesano sul Paese e non solo su di esso».

Nigeria devastata da un conflitto civile che sembra senza fine. Quanta e quale parte del territorio del Paese è nelle mani di Boko Haram?

«Questo gruppo ha una forte localizzazione. Nasce in un angolo della Nigeria, una parte remota: lo stato del Borno nel Nord-Est del Paese. Inizialmente, questa fazione non sembrava avere alcuna intenzione di occupare il territorio. Negli ultimi due anni, s’è assistito a una mutazione con il tentativo di creare un controllo più stabile in alcune parti del territorio. Tra fine 2014 e inizio 2015, alcune aree sembravano essere cadute sotto il controllo dell’organizzazione ma un ritorno di azione militare del governo centrale ha costretto Boko Haram a ripiegare».

Dove?

«Tra il Borno e alcune regioni di confine con Ciad, Niger e Camerun. L’aumento degli attacchi suicidi, registrato negli ultimi mesi, è stato letto proprio come l’abbandono della strategia di controllo del territorio, almeno temporaneamente, da parte di Boko Haram».

Insomma, svanito l'incubo di una «wilaya»— una provincia — dell'Isis nel cuore dell'Africa?

«Secondo me, questo pericolo non v’è mai stato. La storia della Nigeria è segnata dai tentativi di riforma radicale islamica, dei quali Boko Haram rappresenta l’apice in termini di violenza. Questa, peraltro, esplode in un'area che è una delle più emarginate e delle più povere trovando, quindi, terreno fertile nel risentimento delle popolazioni versoil governo centrale. Boko Haram nasce molto prima dell’Isis e il suo emergere non ha nulla a che vedere con il Califfato».

Nel mirino degli jihadisti nigeriani, non solo i musulmani «non allineati». Il vero obiettivo è il Sud a maggioranza cristiana?

«In origine, Boko Haram interpreta la volontà di dare una svolta ancora più radicale all'atteggiamento delle autorità islamiche nel Nord che è a maggioranza musulmana. Nel '99, è stata approvata una costituzione che sancisce la laicità della Nigeria. Già nel 2000, comunque, dodici dei trentasei stati federati avevano adottato la sharia (la legge coranica, ndr) mai fondamentalisti hanno criticato il modo incompleto, "soft", in cui questa è applicata. Pretenderebbero, peraltro, che la sharia venisse imposta anche ai non musulmani e in tutta la Nigeria».

Marco Cochi, analista del Centro Militare di Studi Strategici del Ministero della Difesa, in un'intervista al «Giornale di Sicilia» ha parlato di «crisi umanitaria di dimensioni spaventose». I numeri, le conseguenze?

«Quindicimila morti tra il 2009 e il 2015 con un’escalation negli ultimi due anni. Un milione e mezzo di sfollati dal Nord-Est. È vero, quindi, che la crisi umanitaria è notevolissima e non va sottovalutata. Ad ogni modo, il fenomeno ha una fortissima concentrazione territoriale. La Nigeria, quindi, continua ad andare avanti. Lagos, la capitale economica, è nel Sud-Ovest. Diagonalmente opposta all'areainteressata dalla presenza di Boko Haram. E la regione petrolifera si trova nel Sud-Est».

Malgrado tutto, la Nigeria è andata al voto in marzo eleggendo Muhammadu Buhari alla presidenza. Più facile, adesso, riportare stabilità?

«Sicuramente, è cambiatolo scenario. Il predecessore di Buhari (Goodluck Jonathan, ndr) veniva dal Sud e, dunque, non era l’interlocutore migliore per il Nord del Paese, da cui proviene invece l'attuale presidente. Lui, peraltro, ha subito dichiarato che la sua priorità è sconfiggere il terrorismo e sostituito i vertici militari. Impossibile sapere se questo possa anche favorire un dialogo tra le parti. Boko Haram è sempre stato restio a qualunque trattativa con il governo di Abuja (la capitale nigeriana, ndr), ma siamo ancora agli inizi. Muhammadu Buhari, d’altronde, non ha ancora pienamente formato il proprio esecutivo, pur essendosi insediato in maggio». Perchè «In Nigeria è abbastanza complicato formare un governo, innanzitutto a causa di una serie di regole non scritte. Mi riferisco, in particolare, al principio del "carattere federale" per il quale dovrebbero fare parte dell'esecutivo rappresentanti di tutti gli stati federati. Questo è un problema, cui si somma pure il fatto che il partito di Buhari è nato solo un paio di anni fa, dalla fusione di più movimenti».

Come in Libia e Iraq, anche in Nigeria difficile tenere in piedi una «nazione» quando bisogna fare i conti con l'identità e il potere di centinaia di clan tribali? «Di solito, si parla di 250 gruppi etnico-linguistici. In realtà, i principali sono tre e rappresentano oltre il 70 per cento della popolazione nigeriana: gli Yoruba nella zona di Lagos, gli Igboin quella del delta del Niger e gli Hausa-Fulani nel Nord del Paese. Difficile, comunque, dare identità nazionale a una realtà di 180 milioni di abitanti segnata da un'importante divisione religiosa, tante comunità linguistiche e grandi differenze economiche. Una sorta di India dell'

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