Sabato, 07 Dicembre 2019
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USA

Hillary Clinton sotto torchio per 11 ore sull'attacco a Bengasi

Resiste ferma ad attacchi in audizione fiume, in aula litigiosa

WASHINGTON. L'obiettivo era arrivare in fondo senza perdere la calma e Hillary Clinton lo ha raggiunto eccome. Per 11 ore, una giornata intera, è stata messa sotto torchio dalla speciale commissione parlamentare su Bengasi e lei è rimasta ferma, composta, a schivare gli attacchi. La lite l'ha lasciata agli altri.

L'audizione della ex segretario di Stato a Capitol Hill è cominciata alle 10 del mattino a Washington per concludersi alle 21, in un'aula rivelatasi particolarmente litigiosa. È passata attraverso scambi accesi, domande incalzanti, rievocazioni anche toccanti di quella notte - l'11 settembre del 2012 - quando quattro americani morirono durante l'attacco al consolato Usa nella città libica. Ma Clinton, come messa alla sbarra, quasi non ha fatto una piega. Mai ha ceduto davvero ad attacchi e provocazioni o ha mollato la presa, misurata ma ferma. Quasi a dare un assaggio - si osserva già - di come potrebbe essere Hillary presidente.

Per questo forse, con la corsa per la Casa Bianca in mente, è stata molto attenta a non scivolare in sbavature. Non come l'ultima volta che fu 'interrogata' su Bengasi, due anni fa, quando sbottò in un poco autorevole «A questo punto, che differenza fa!». Perchè la candidata per la nomination democratica vuole che questa giornata sia quella della svolta: «Oggi Hillary ha retto davanti agli attacchi di parte. Adesso potete stare con lei». È la frase che compare immediata sul profilo Facebook della sua campagna elettorale alla fine dell'audizione. E non è un caso.

La ex segretario di Stato lo aveva anche detto nel suo intervento di apertura appena giunta in mattinata al Longworth Building: «Impariamo dagli errori e andiamo avanti», invocando l'unità, chiedendo al Congresso di 'lavorare insiemè. E invece al fuoco di fila delle domande su Bengasi, su quella notte, sulle comunicazioni con l'ambasciatore Chris Stevens poi morto nell'attacco, sull'account e-mail e il server privati, ha fatto da sfondo lo scontro tra repubblicani e democratici, fino a tirare dentro l'aula la polemica che per giorni ha anticipato l'audizione, con le accuse di obiettivi «di parte» della speciale commissione fortemente voluta dai repubblicani. Così la maratona è stata scandita da una parte dagli attacchi repubblicani con domande su domande. Dall'altra dai democratici certamente più morbidi e a tratti schierati come a proteggerla. Tra questi Elijah Cummings che è esploso: «Dobbiamo vedercene dall'usare i soldi dei contribuenti per distruggere una campagna. L'America non è questo». E ha strappato un applauso. Alla fine in pochi traggono elementi 'nuovì su Bengasi da questa lunga giornata pressochè senza precedenti. Persino l'agguerrito presidente repubblicano della stessa commissione, Trey Gowdy, lo ammette. Però è stato un test che Hillary Clinton ha superato con successo. «Adesso andiamo avanti», ha concluso.

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