Martedì, 24 Novembre 2020
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L'INTERVISTA

Biagini: «L'Isis distrugge antichi santuari e vende i reperti al mercato nero»

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Il tempio di Bel è ormai un ricordo, una vecchia foto scattata tra i resti millenari di Palmira in Siria. Le immagini satellitari confermano che è stato raso al suolo dall' Isis: «Così questo sedicente Califfato vuole annullare la memoria storica del mondo!», esclama Antonello Biagini, prorettore dell' Università «Sapienza» di Roma.

Esplosivo, picconi, bulldozer. Da Mosul a Palmira, i patrimoni dell' umanità cadono sotto i colpi dello Stato Islamico. Perché tanta furia devastatrice?
«Innanzitutto, per l' impatto mediatico che queste devastazioni producono sull' opinione pubblica mondiale. Non è, comunque, un fenomeno nuovo.
Nella storia è successo più di una volta che un gruppo semina distruzione, quando vuole affermare un nuovo ordine. O una nuova religione. Dietro tutto questo, però, sappiamo anche come esista un lucroso commercio di reperti archeologici che, assieme al petrolio, fornisce all' Isis le risorse per armi e combattenti».

Ciò che il Califfato non riesce a vendere, distrugge. È una sintesi efficace delle "politiche culturali" jihadiste?
«Sì. Lo dicono molte fonti attendibili:l' Isis, prima di far saltare tutto, cerca e "salva" oggetti di ogni tipo che possano essere venduti al mercato nero. Questo, comunque, è solo l' aspetto più evidente di una situazione incredibile. In un' area complessa come il Grande Medioriente s' è scatenata una vicenda imprevista, volutamente imprevista, nei confronti della quale nessuno sta prendendo provvedimenti opportuni».
Non è facile...
«Negli ultimi venti o trent' anni, per molto meno la cosiddetta comunità internazionale ha organizzato missioni e forze armate. Aldilà di quanto sta avvenendo ai templi, che rappresenta una tragedia culturale, bisognerebbe preoccuparsi di quanto i milizia ni del Califfato stanno facendo alle persone. In modo coercitivo, nel nome di una concezione totalizzante, stanno tentando di dominare milioni di donne, uomini e bambini in tutti gli aspetti della loro vita quotidiana. Non si può restare inerti».
Nei Paesi musulmani, siamo nell' anno 1436.

Cos' è cambiato adesso, se vengono distrutti reperti e monumenti che il mondo islamico ha salvaguardato per oltre un millennio?
«Anche dove l' Islam dominava, ad esempio nell' Impero Ottomano, esisteva una sorta di rispetto delle diverse realtà e degli stessi monumenti. Una chiesa poteva essere trasformata in moschea, ma non veniva distrutta. Per arrivare a questo genere di cose, bisogna risalire all' Impero Romano: arrivavano, radevano al suolo e ricostruivano secondo propri parametri. Bisogna, però, tornare indietro di millenni. Nel mondo islamico, invece, è vero che esisteva tolleranza. Non solo formale. Dopo la conquista, seguiva la stabilizzazione».

Quindi?
«Quindi, siamo dinanzi a un progetto delirante che sta colpendo innanzitutto i musulmani e che si sta purtroppo concretizzando sul piano politico, territoriale. Ormai, si fa sempre più fatica a dire che quello non sia uno Stato. A maggiore ragione, allora, è grave che la comunità internazionale non stia agendo».

L' Onu, insomma, s' è rassegnata al ruolo di "contabile dell' orrore"?
«Non è certo facile mettere assieme una coalizione internazionale, considerati i costi di operazioni del genere, ma ribadisco che in passato gli interventi ci sono stati e con motivazioni meno rilevanti. Basti pensare agli errori storici commessi con la destabilizzazione di Iraq e Libia. Saddam e Gheddafi erano despoti, però mantenevano in quell' area una sorta di equilibrio che adesso manca. Tolti loro, è stato tutto un esplodere di conflitti. E l' Onu, sostanzialmente, sta ora aguardare. Niente risoluzioni, solo generiche raccomandazioni».

Da Palazzo di Vetro, intanto, è arrivato un nuovo allarme per la presenza di almeno 200 terroristi nigeriani del Boko Haram giunti a Sirte, in Libia. L' Europa può permettersi di restare ancora alla finestra?
«Abbiamo appena ripubblicato un libro che s' intitola "C' era una volta la Libia". Quel Paese è un' invenzione italiana, che ha messo assieme tre regioni (Tri politania, Cirenaica e Fezzan, ndr) facendole coesistere. Venuto meno il governo centrale, quelle realtà sono tornate ciascuna alle proprie origini e la Libia è divenuto un facile luogo di infiltrazioni per i terroristi. Non basta, adesso, lanciare l' allarme».

Che si fa, allora?
«Qualcuno dovrebbe andare là, a risolvere il problema. Non è facile, capisco. Mantenere la situazione sospesa in aria, però, fa il gioco dei gruppi jihadisti, oltre a favorire questo esodo biblico che l' Europa non sembra proprio sapere affrontare. Dibattiti e strumentalizzazioni a parte, nessun Paese ha un piano politico per gestire la questione -migranti».

Resterà quindi una pia illusione «Eunavfor Med», l' operazione navale comunitaria nata per combattere i boss dei barconi?
«Al di là del fatto che non ci sono grandi risorse per questa operazione, va soprattutto detto che il contrasto può essere fatto unicamente dalle basi di partenza. Bisognerebbe rimettere a posto la situazione politica in Libia e risolvere la guerra civile in Siria, perché il fenomeno migratorio possa avere un ridimensionamento. Comunque, non finirebbe».

Lungo la rotta balcanica, alle frontiere, si innalzano muri. Una soluzione?
«Solo palliativi per tranquillizzare l' opinione pubblica interna. I muri, però, non rispondono mai allo scopo per cui vengono costruiti. Quello di Berlino non ha fermato i passaggi dall' una all' altra parte della Germania. E la Grande Muraglia non ha impedito che gli stranieri entrassero in Cina, che per secoli è stata terra di un marcato semicolonialismo».

L' esodo rischia di travolgere gli stessi principi fondatori della Ue, oltre che conquiste come Schengen. Unione in crisi ormai irreversibile?
«L' Unione Europea è entrata in crisi molto tempo prima. Cioè, quando non è riuscita a fare un passaggio veloce nella costruzione di un sistema federale immediatamente dopo l' introduzione della moneta unica, Basti pensare che ancora abbiamo gli ambasciatori... come se la Virginia avesse un proprio rappresentante diplomatico nello Stato di Washinton».

 

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