Domenica, 25 Ottobre 2020
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L'INTERVISTA

Torelli: «Contro l’Isis i raid non bastano, ormai Iraq e Libia sono due ex Stati»

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«Ecco la risposta a chi diceva che l’Isis era in difficoltà!». Per Stefano Torelli, esperto di questioni mediorientali e ricercatore dell’Istituto Studi di Politica Internazionale-Ispi, le stragi commesse in questi giorni dalle ”milizie dell’orrore” tra Baghdad e Sirte, Iraq e Libia, sono soltanto la dimostrazione di quanto «quel gruppo sia ancora forte». Paradossalmente, peraltro, lo Stato Islamico avrebbe tratto vantaggio anche dal recente rafforzamento della coalizione nemica: «È l’effetto della doppia strategia turca — sottolinea Torelli — Ankara da un lato attacca il Califfato, ma dall’altro bombarda le postazioni curde del Pkk. I curdi, però, sono i soli che nel nord Iraq e in Siria abbiano sinora combattuto sul campo».

I caccia statunitensi possono ora partire dalle basi turche. Davvero un vantaggio, considerato che i raid aerei sinora non hanno impresso una svolta decisiva nella guerra all'Isis?

«Senza una campagna di terra, difficile ottenere la vittoria. Quella dei raid aerei è una non-strategia. Comunque, per gli Stati Uniti poter partire con gli F 16 dalla base di Incirlik, che è vicina agli obiettivi, è un evidente vantaggio militare. Lo è anche dal punto di vista politico, perché dimostra di avere la Turchia al proprio fianco. Poi, però, viene fuori la contraddizione perché Ankara sta sfruttando l'occasione per colpire i curdi. Tutto questo, comunque, ha anche un'altra spiegazione».

Quale?

«È tutta interna alle vicende turche. Proprio in queste ore, l'Akp (il partito islamico del presidente Erdogan, ndr) ha annunciato che sono fallite le trattative con le altre formazioni politiche per formare un governo. Ciò significa che presto potrebbero tenersi nuove elezioni e, se la campagna anti-curda sortisse effetti, l'Hdp potrebbe non ripetere lo storico risultato di giugno fallendo l'ingresso in Parlamento. L'Akp, tra uno o due mesi, si ritroverebbe da sola a guidare il Paese come sempre ha fatto».

In Iraq, la recente strage nel mercato di Baghdad rivela che lo Stato Islamico ha sferrato una nuova offensiva. Se cade la capitale irachena, il conflitto precipita?

«Se cade Baghdad, realisticamente mi verrebbe da dire che cambia poco o nulla rispetto a oggi. Avrebbe una valenza simbolica, ma l'Iraq oggi è sostanzialmente un Paese dilaniato dalla guerra. E Baghdad è la capitale di uno Stato che, di fatto, non esiste più».

La Libia, intanto, brucia e i gruppi terroristici si fronteggiano a Sirte, con centinaia di vittime. Questo sì che è un ex Stato?

«Ormai tutti davano la città di Sirte al Califfato, invece non è così. Lì, esistono altri gruppi come Ansar al Sharia che non vedono di buon occhio l'Isis. Più che del jihad, quindi, sarebbe il caso di parlare degli jihad. Al plurale! Lo scontro, peraltro, sarebbe nato dall'assassinio di un leader salafita locale (fondamentalista islamico, ndr) commesso nei giorni scorsi dall'Isis».

Nessuna soluzione alla «guerra dei due governi»: ormai falliti i negoziati di pace fra Tobruk e Tripoli?

«L'Onu sta ormai fallendo questo obiettivo. Lo stesso negoziatore, Bernardino Leon, ha proposto cinque tipi di accordi diversi. In luglio, l'intesa firmata dalla sola Tobruk era stata data come un successo ma in effetti non era così. Non c'è alcun tipo di accordo. Il governo di Tobruk, peraltro, continua ad accusare Tripoli di essere complice di jihadisti e organizzazioni che gestiscono la tratta dei migranti».

Quindi?

«La soluzione politica, per adesso, è impraticabile. Siamo in una situazione di stallo. Semplicisticamente, l'intervento militare potrebbe rappresentare allo stato attuale l'unica opzione. Di fatto, però, resta il problema dei due governi, con cui bisogna fare i conti. L'Egitto di al-Sisi (il generale che dall'8 giugno dello scorso anno è presidente della Repubblica egiziana, ndr) vorrebbe un intervento fazioso della comunità internazionale, mirato a far fuori Tripoli. Questo peggiorerebbe solamente lo scontro, rafforzando peraltro gli jihadisti».

E l'Unione Europea che fa? Sta alla finestra, anzi all'oblò, dopo avere avviato nel Mediterraneo l'operazione navale «Eunavfor Med»?

«In questo momento, è attiva la prima fase della missione Eunavfor Med: quella della ricerca e del salvataggio dei migranti. Non sono, invece, scattate la seconda e terza fase che pure sono contenute nel documento ufficiale della UE e prevedono il pattugliamento delle coste libiche, oltre l'intervento contro i trafficanti. Difficile, peraltro, che partiranno mai. Sarebbe un atto di guerra. Per legittimarlo, servirebbe una risoluzione dell'Onu o almeno la richiesta del governo locale. L'interlocutore, però, non c'è. Eunavfor Med, quindi, ha certamente un valore umanitario ma non sposta di una virgola la situazione in Libia».

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