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PRIGIONIERO IN CASA SUA

Yemen, il presidente Hadi accetta l'accordo con i ribelli

I ribelli yemeniti sciiti Huthi, che da mesi chiedono una spartizione più equa del potere, si sono ieri impadroniti di fatto dei vertici istituzionali di un Paese cardine tra Corno d'Africa e Penisola Araba.

BEIRUT. I ribelli yemeniti sciiti Huthi, che da mesi chiedono una spartizione più equa del potere, si sono ieri impadroniti di fatto dei vertici istituzionali di un Paese cardine tra Corno d'Africa e Penisola Araba. E che rischia sempre più di trasformarsi in una nuova Somalia. Stretto tra un'insurrezione, dietro cui alcuni vedono lo spettro iraniano, e il conseguente rafforzamento politico, militare e ideologico del jihadismo attratto dal progetto, finora vincente in Iraq e Siria, dello Stato islamico (Isis).

Il presidente Abed Rabbo Mansur Hadi, sostenuto dall'Arabia Saudita e dagli Stati Uniti, è di fatto prigioniero nella sua abitazione circondata dagli insorti Huthi, un gruppo armato appartenente allo zaidismo, branca dello sciismo che nel nord ha le sue roccaforti e che conta un terzo dei 25 milioni di yemeniti. In serata, l'agenzia di Stato Saba, ormai sotto il controllo dei ribelli, ha annunciato un accordo tra gli insorti e il presidente, che avrebbe accettato di modificare la costituzione per allargare la presenza dei ribelli sciiti in parlamento e nelle istituzioni statali.

Il premier Khaled Bahhah, anch'egli da ieri rimasto assediato nella sua casa, è intanto riuscito oggi a mettersi in salvo in un "posto sicuro". L'esercito e i servizi di sicurezza, in parte ancora fedeli al deposto presidente Ali Abdallah Saleh, rischiano di spaccarsi in due. Il Consiglio di sicurezza dell'Onu si è riunito ieri in una seduta straordinaria. E all'unanimità ha condannato le violenze, invocato un cessate il fuoco e ribadito che il presidente Hadi rappresenta l'autorità legittima nel Paese. Analogamente, rappresentanti del Consiglio di cooperazione del Golfo, un'emanazione del potere saudita nella regione, hanno chiesto il ritiro degli insorti dal palazzo presidenziale.

Dopo aver conquistato la capitale Sanaa con un golpe quasi incruento nel settembre scorso, i ribelli guidati dal 33enne Abdel Malek Huthi, figlio dell'eponimo fondatore del gruppo armato, hanno da ieri innalzato il livello dello scontro: prima, rapendo alcuni consiglieri del presidente; poi, attaccando la vecchia sede del palazzo presidenziale, dove ci sono importanti depositi di armi. Oggi gli Huthi hanno conquistato una caserma alla periferia della capitale, dove stazionano missili balistici. E i militari presenti non hanno opposto resistenza, secondo quanto riferiscono fonti locali. Dall'altra parte del Paese, nel sud indipendentista e ostile agli Huthi, le autorità hanno chiuso l'aeroporto civile e il porto commerciale "in segno di protesta contro il golpe". Sul terreno il timore è di un inasprimento del conflitto con l'entrata in scena su larga scala di qaedisti e jihadisti del centro e dell'est del Paese. Oscurata dall'avanzata dell'Isis, l'ala yemenita di al Qaida aspetta da tempo un'occasione per rilanciare la propria immagine. In tal senso, dal pulpito qaedista yemenita era giunta la rivendicazione nei giorni scorsi dell'attentato di Parigi contro Charlie Hebdo. Gli Huthi, che per otto anni (2004-2012) si sono fatti la guerra con l'ex presidente Saleh, anch'egli zaidita, sono ora strumentalmente sostenuti proprio dall'ex raìs, deposto due anni fa sull'onda delle proteste popolari scoppiate in varie aree del mondo arabo. Saleh spera ora di rientrare nella scena politica, presentandosi agli Usa, ai sauditi e all'Iran come l'unico in grado di riportare l'ordine e sfidare il "terrorismo" jihadista.

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