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Pensioni, almeno 38 anni di contributi e 62 anni di età. Boeri: "Scelte inique"

La quota 100 tra età e contributi per andare in pensione nel 2019 dovrebbe avere un doppio paletto con l'età minima a 62 anni e i contributi a 38 anni. E' quanto sta studiando il Governo - secondo quanto si apprende da fonti governative - insieme alla possibilità di bloccare l'aumento dell'aspettativa di vita di 5 mesi per le
pensioni anticipate previsto per il 2019.

In pratica quindi nel 2019 si potrà continuare ad andare in pensione indipendentemente dall'età avendo 42 anni e 10 mesi di contributi (41 e 3 mesi per le donne) invece che 43 anni e 3 mesi.

Di fatto la quota 100 secca varrà solo per chi esce dal lavoro avendo 62 anni di età e 38 di contributi mentre se si esce con un'età più elevata la quota sale (101 con 63 anni più 38, 102 con 64 anni più 38 ecc fino alla quota 107 per chi dovesse compiere l'anno prossimo 66 anni avendone maturati 41 di contributi). L'intero pacchetto
pensioni dovrebbe costare - spiegano le stesse fonti circa otto miliardi l'anno prossimo e nove il successivo con un aumento contenuto poichè la gran parte delle persone dovrebbero uscire nel 2019.

Potranno andare in pensione prima dei 62 anni i precoci con 41 anni di contributi e tutti coloro che hanno 42 anni e 10 mesi di contributi (41 e 10 mesi le donne) con lo stop all'aumento dell'aspettativa di vita per la pensione anticipata rispetto alla vecchiaia che avrebbe dovuto scattare nel 2019.

Resta invece l'incremento dell'aspettativa di vita per le pensioni di vecchiaia che si raggiungeranno comunque a 67 anni. Dovrebbe essere inoltre prevista la proroga dell'opzione donna con l'anticipo per l'accesso alla pensione a fronte del ricalcolo interamente contributivo per gli anni di lavoro. Non dovrebbero invece essere previste penalizzazioni per chi anticipa l'uscita.

Con il pacchetto delle nuove norme sulla previdenza (che potrebbero prevedere anche qualche aggiustamento sull'ape sociale che al momento scade a fine anno) dovrebbero andare in pensione secondo i conti del Governo circa 420.000 persone. Si valuta ancora infine la pace contributiva anche se non è ancora fissata l'entità del contributo da pagare per coprire i periodi senza retribuzione o eventualmente quello di laurea.

Critico il presidente dell'Inps Tito Boeri. "Come giudicare un governo che si pone l'obiettivo di aumentare di mezzo milione i pensionati? Direi che si dovrebbe parlare di un esecutivo non previdente", ha commentato Boeri. "Si dice che servirà a liberare opportunità di lavoro per i giovani ma non c'è nessuna garanzia che questo avvenga. Le imprese di fronte all'incertezza tenderanno a ridurre gli organici e a gestire così gli esuberi", ha osservato.

"Nel nostro Paese non c'è mai stata la sostituzione di pensionati con i giovani. Tutto questo oltretutto avviene in un contesto di rallentamento della crescita, aggravato dal decreto dignità e dal pronunciamento della consulta. È difficile che di fronte alle pensioni le imprese assumano", osserva Boeri.

E ancora: "C'è una grande iniquità nelle scelte del governo sulle pensioni e questo è un pericolo molto serio. Ammesso e non concesso che per ogni pensionato creato per scelta politica ci sia un lavoratore giovane - ha spiegato Boeri - bisogna tenere conto che chi va in pensione oggi in media ha una retribuzione di 36.000 euro lordi, mentre un giovane assunto con contratto a tempo indeterminato, cosa molto rara, avrà una retribuzione di 18.000 euro. Quindi ci vorrebbe la retribuzione di almeno due giovani lavoratori per pagare una pensione.

© Riproduzione riservata

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