Mercoledì, 05 Agosto 2020
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INFLAZIONE

I prezzi crescono il doppio dei salari e "bruciano" il potere di acquisto

ROMA. Ormai si viaggiava a ritmi talmente lenti, da anni, che la questione neppure si poneva: i salari crescevano poco, anzi i tassi risultavano ai minimi storici, ma ovviamente davanti c'era il segno più mentre i prezzi erano in discesa. A conti fatti il potere d’acquisto ci guadagnava seppure in uno scenario di deflazione tutt'altro che incoraggiante. Qualcosa però, nel giro di poco tempo tempo, quasi all’improvviso, è cambiato. L’inflazione si è risvegliata spiazzando buste paga un pò addormentate. Dati dell’Istat alla mano, a gennaio i listini sono rincarati dell’1,0% su base annua, contro lo 0,5% delle retribuzioni contrattuali, praticamente doppiate.

E’ un deja vu non certo piacevole. Si riapre infatti una forbice che sembrava relegata al passato, tanto che per ritrovare una crescita dei prezzi superiore a quella dei salari bisogna tornare indietro di quasi quattro anni, a inizio, precisamente marzo, 2013, con l’Italia in piena recessione. In realtà già a dicembre l’inflazione (+0,5%) aveva sorpassato le retribuzioni (+0,4%), ma per un solo decimale. A gennaio lo scarto è diventato di mezzo punto percentuale e a febbraio la tendenza sembra confermata, visto che è già noto il dato sui prezzi, in piena accelerata (+1,5%).

La speranza è che possa trattarsi di una parentesi: i rincari sono dovuti soprattutto al petrolio e ai rialzi stagionali si frutta e verdura, le cosiddette componenti volatili, mentre quella che tecnicamente si chiama inflazione di fondo, lo zoccolo duro, è su livelli decisamente più bassi. Nell’ultima nota mensile l’Istituto di statistica ha, infatti, parlato di aspettative che «non evidenziano pressioni al rialzo dei prezzi».

Anche sul fronte salari qualcosa dovrebbe accadere. Se fin qui, tornando alla nota dell’Istat, gli incrementi delle retribuzioni contrattuali «permangono limitati», non bisogna dimenticare che, ad esempio, i metalmeccanici hanno siglato il rinnovo del contratto a fine novembre e già a partire da questo mese intascheranno i primi aumenti (anche se quello previsto a marzo figura solo come una tantum, con gli scatti che partiranno in via ordinaria da giugno). E soprattutto sta per riaprirsi la partita sul pubblico impiego, cruciale dato che coinvolge 3 milioni di lavoratori. Ma prima che si avviino e concludano le trattative passerà un 'tempo fisiologico'.

In generale comunque ci sono segnali di scongelamento sul lato contratti, guardando sempre agli aggiornamenti dell’Istat, i dipendenti in attesa del rinnovo sono scesi a gennaio del 2017 al 49,8%, il dato più basso dal dicembre del 2015.

Sembra quindi in corso un assestamento tra prezzi e salari che però prima di portare entrambi i fattori in parallelo, in linea con la ripresa economica, potrebbe far registrare qualche scossa a danno del potere d’acquisto. Ci si era abituati a un percorso in crescita (+2,3% tra gennaio e settembre del 2016 in termini tendenziali) ma gli ultimi mesi non deputano più a favore della capacità di spesa. Se i prezzi salgono più delle retribuzioni il reddito reale non potrà che scendere.

Certo si può anche controbattere che un potere d’acquisto gonfiato dalla deflazione è più un 'effetto ottico' che altro. Speculazioni a parte, bisognerà aspettare e vedere come, in questa fase, le variabili possano interagire tra loro, sempre che nel frattempo non si muovano altri tasselli.

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