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L'ANALISI

Il raddoppio del Canale di Suez, un'occasione da non perdere per la Sicilia

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PALERMO. Mille ettari di terreni e di edifici da mettere a disposizione delle imprese straniere con contratti di locazione agevolata; l' istituzione di zone franche esenti da Ires, dazi ed Iva; una rete di istituti tecnici per preparare le future maestranze; 200 milioni per "accompagnare" nuove iniziative industriali. Ecco, in sintesi, la strategia del Marocco per portare, nei prossimi cinque anni, da 227 mila ad un milione il numero di autovetture prodotte nel Paese del Nord Africa e dalle attuali 85 mila a 500 mila le unità lavorative impiegate; tutto parte dall' idea di valorizzare la collocazione geografica del Marocco, prospiciente una delle principali rotte commerciali del mondo, la stessa che collega Africa, Asia, America ed Europa (Il Sole 24 Ore del 5 novembre 2015).
Sono notizie che suscitano un certo scoramento per chi legge con l' occhio rivolto alla Sicilia e magari non dimentica l' antico insediamento dei Fenici (già nel 720 a.C.) nell' isoletta di Mozia o la colonia fondata agli inizi del VI secolo a.C. nell' attuale Palermo (Enciclopedia Treccani); insediamenti questi che diedero la stura, 27 secoli fa, ad un robusto flusso di scambi commerciali tra Paesi rivieraschi del Mediterraneo. Forse può risultare eccessivamente critico, ma con la stessa somma con la quale il Marocco attiva più di 400 mila posti di lavoro "veri", la Sicilia paga appena un quinto del suo ben più modesto nume rodi precari!
«Il Mediterraneo non è solo un mare, o un insieme di Paesi o una rotta da percorrere per migrare come spesso le tristi cronache ci raccontano. È anche un generatore di crescita economica e di opportunità per le nostre imprese che hanno fame di internazionalizzazione e sete di nuovi mercati e business». Lo scrive Paolo Scudieri, presidente del centro studi SRM nella prefazione al quinto Rapporto su Le relazioni economiche tra l' Italia e il Mediterraneo.
Afine 2014, l' interscambio commerciale italiano con i Paesi che si affacciano sull' antico Mare Nostrum, è risultato pari a 48,3 miliardi di euro. La crescita del Pil nel complesso dei Paesi MENA (Nord Africa e Paesi del Golfo) è prevista nel 2015 agli stessi livelli del 2014, ma in crescita nel 2016 fino al 3,8%.
In sostanza siamo al triplo dei ritmi di crescita italia ni. «Il Rapporto - ricorda Massimo Deandreis, direttore generale di SRM- in cinque anni ci ha raccontato come l' Italia sia sempre più proiettata verso il Mediterraneo, ma ha mostrato come lo siano anche i suoi più agguerriti concorrenti, quali Germania, Francia, Cina e Stati Uniti. L' area MENA ha ancora molto da offrire in termini di opportunità per il nostro sviluppo infrastrutturale e imprenditoriale e dobbiamo cogliere alcune sfide».
La prima sfida riguarda le imprese che guardano a questi mercati; secondo un censimento di SRM, sono circa tremila. La seconda sfida riguarda la dotazione infrastrutturale, «perché un Paese che vuole avere una proiezione all' estero, sia in import che in export, deve avere al suo servizio un sistema logistico e portuale di eccellenza e con la "E" maiuscola».
Il raddoppio del Canale di Suez aumenterà la centralità del Mediterraneo, mare in cui già circola il 19% del traffico mondiale di merci ed i cui traffici sono aumentati negli ultimi 15 anni di oltre il 120%; nell' area inoltre sono stati effetuati importanti investimenti portuali (Tanger Med, Pireo, Algesiras, Valencia). Aumenterà verosimilmente il naviglio in transito nel Canale (già ammonta a oltre 17mila navi l' anno) con la presenza sempre maggiore delle grandi navi e dei grandi operatori. Secondo gli autori del Rapporto SRM, la presenza delle grandi navi e gli investimenti dei competitor portuali devono indurre i porti italiani, con quelli del Mezzogiorno in prima fila, ad investire in infrastrutture, tecnologia e logistica per non perdere quote di mercato e soprattutto per cogliere le nuove opportunità che scaturiranno dall' allargamento del canale di Suez.
A questo proposito può essere utile ricordare le parole di Giorgio Cappello, presidente della Piccola In dustria di Confindustria Sicilia e componente del Consiglio generale di Confindustria. «Sogno un grande aeroporto ed un grande porto intercontinentali per dare finalmente un senso alla posizione strategica della Sicilia al centro del Mediterraneo e punto obbligato di passaggio delle grandi linee di trasporto navale, che collegano l' est con l' ovest del mondo». Ma serve anche ricordare le parole di Giorgio Cappello, quando si ritrova a "sognare" per le imprese siciliane un grande progetto di "semplificazioni procedurali", di "tempi certi", di "impiego veloce e puntale dei fondi europei" (Giornale di Sicilia, 5 novembre 2015).
Interessante risulta poi la proposta di SRM -erroneamente attribuita a Svimez in un precedente articolo - per realizzare in Sicilia alcune ZES, Zone Economiche Speciali. Si tratta di aree geograficamente delimitate, caratterizzate dalla presenza di un porto e di un' area retro portuale, dove vigono specifiche misure di agevolazione, finanziarie e fiscali, volte a favorire l' attrazione di investitori stranieri e lo sviluppo del commercio internazionale. Per di più, l' istituzione delle ZES è attuabile in tempi brevi, poiché non necessita di una specifica autorizzazione da parte della Commissione europea. Nel Mezzogiorno, osservano gli esperti di SRM, esistono le condizioni ideali per l' istituzione di Zone Economiche Speciali in particolare in regioni in cui si trovano i principali porti di transhipment (trasferimento di carico da una nave all' altra nello stesso porto), come la Calabria (Gioia Tauro), la Puglia (Taranto) e la Sicilia (Catania).
Sembrano temi lontani dall' orizzonte di una Regione alle prese con una generalizzata crisi economica, una grave situazione nei conti pubblici ed impegnata in una drammatica sfida per la sopravvivenza; ma sembrano temi ancora più lontani se si pensa alla povertà, se non addirittura all' assenza, del dibattito politico sulla strategia per il futuro della Sicilia. Quello che manca è proprio l' anelito a spezzare le catene che soffocano l' Isola, sempre più immiserita da un modello di redistribuzione della ricchezza che toglie a tutti per dare pochissimo a pochi. E tuttavia solo da scelte di alto respiro passa il cambio di rotta.

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