Giovedì, 22 Agosto 2019
L'ANALISI

La strage dimenticata, mentre la politica si occupa di altro

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PALERMO. L’abbiamo definita una mattanza. Abbiamo sottolineato che neanche la mafia, neanche la criminalità - organizzata e non - uccidono così tanto. Abbiamo raccontato nelle nostre cronache ogni tragica tappa di questa infinita via crucis contemporanea. Abbiamo sollecitato maggiori attenzioni, chiesto rimedi efficaci, invocato prudenza e responsabilità e denunciato indifferenza e inefficienza. Eppure eccoci ancora qui: a dover parlare di altri sette morti in appena quattro giorni, fra la provincia di Palermo e l’Agrigentino.

Da ottobre a oggi: 26 vittime in appena 37 giorni. A voler estendere l’elenco ai mesi precedenti, non basterebbe una pagina. Non ne basterebbero due per raccontare delle vite che in questo 2015 si sono spente sulle strade di tutta l’Isola.
E invece bastano gli aridi numeri certificati nei giorni scorsi dall’Istat per definire l’enorme dimensione di questa terrificante scia di sangue. In Italia muoiono ogni anno oltre tremila persone in incidenti stradali (3.401 nel 2013, 3.381 lo scorso anno). E, pur non essendo la Sicilia la regione in cui in assoluto si registra il maggior numero di vittime (209 lo scorso anno, meno della metà delle 448 in Lombardia), sono siciliane le prime tre città italiane per indice di mortalità, cioè il rapporto fra incidenti e vittime: al primo posto c’è Messina (1,6 morti ogni 100 sinistri), seconda è Catania (1,4) e terza Palermo (1,1). Insomma, gli incidenti ci sono dovunque, ma da nessun’altra parte come al di qua dello Stretto finiscono per essere sempre più spesso mortali. Nessuna tipologia esclusa.

Ieri un morto in autostrada nell’incidente fra due auto, un morto sulla statale nell’impatto fra auto e moto, un morto in uno scontro moto-moto, un morto nel contatto fatale fra un’auto e un trattore. E sabato a Palermo un’anziana travolta da una macchina mentre attraversava, ad aggiungersi al pedone falciato a morte appena 48 ore prima.
Davanti a questa ecatombe, gli interrogativi rimangono tanti e purtroppo la maggior parte insoluti. Continuiamo a constatare che il problema non fa vibrare le corde della politica, evidentemente in ben altre faccende (in buona parte faccenducole) affaccendata. E mentre - in quanto a repressione - il reato di omicidio stradale continua a ballare a suon di emendamenti fra Camera e Senato e attende ancora di fare il suo ingresso nel codice penale a inasprire le pene oggi fin troppo morbide, la questione dei controlli e della prevenzione resta un fattore un po’ troppo a latere. Il rilascio della patente rimane ancorato a pochi spiccioli di teoria e a mozziconi di pratica, le condizioni precarie delle strade siciliane urbane e non - spesso strette, buie, dissestate - costituiscono un cocktail micidiale con telefonini in mano, cinture ignorate, tassi alcolici alle stelle, limiti di velocità snobbati, bullismo al volante e notti di bagordi.
Ci si affida troppo spesso al fato e si addita la malasorte. Lo fa chi guida, lo fa chi attraversa. E lo fa chi dovrebbe vigilare. Un’altra recente statistica ha certificato che la Sicilia è la regione italiana, dopo la Campania, in cui la velocità media al volante di auto e moto è più bassa: appena 26,1 km/h. Dovrebbe essere questo un deterrente, ma purtroppo non lo è. Perché spesso proprio la sindrome da traffico fa saltare i nervi e crea cali di tensione ed attenzione. La stessa statistica ci racconta peraltro che la Sicilia è la regione italiana dove si guida di più durante la notte. E nella notte fra sabato e domenica, quasi in contemporanea, si sono verificati due dei quattro incidenti mortali di questa terribile domenica di novembre. Dinamica e cause restano da accertare, ma rimane il fatto che la febbre del sabato sera troppo spesso si rivela mortale. In un tragico rondò d’asfalto che - senza argini e concrete prese di coscienza ad ogni livello - fa di questa terribile domenica l’ennesimo anello di una catena che non si riesce proprio a spezzare.

 

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