Venerdì, 10 Aprile 2020
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L'ANALISI

Sulle partecipate il nuovo governo è messo alla prova

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Se non siamo all’ultimatum ,poco cimanca. Dall’assessore regionale all’Economia, Alessandro Baccei, arriva la richiesta per una definitiva risoluzione dell’annosa vicenda delle «società partecipate» dalla Regione Siciliana. La vicenda in realtà avrebbe dovuto essere conclusa già da tempo, ma resta il fatto che la decisione di abbattere drasticamente il numero, è rimasta impantanata.

Le cronache quotidiane riservano particolare attenzione alle «società partecipate» da soggetti pubblici diversi, come lo Stato, le regioni, i comuni o le ex province. L' attenzione dei media, il più delle volte, scaturisce però da comportamenti poco edificanti nei metodi e nei modelli di gestione. In ogni caso è un tema da trattare con la dovuta attenzione; non fosse altro perché all' interno di questa galassia, fatta da almeno otto mila società in tutta Italia, si spazia dalle realtà minori, nelle quali magari il numero degli amministratori sopravanza quello dei dipendenti, fino alle grande entità a controllo statale e magari quotate in Borsa.
Per comprendere subito la portata del fenomeno partecipate in Sicilia, viene in soccorso la relazione dei Corti dei Conti sullo stato del bilancio regionale. I magistrati contabili nell' ultima relazione di luglio indicano come «prioritaria» una revisione (al ribasso) della spesa pubblica siciliana ed affidano la soluzione a due precise misure: «diminuzione delle spese correnti» e «drastica riduzione delle società partecipate». Insom ma non ci sono molti dubbi sulle cause dei malesseri finanziari della Regione. In più occasioni le partecipate sono state chiamate ad un preciso impegno sul fronte della trasparenza degli atti; dovrebbero essere delle case di vetro e spesso risultano meno accessibili di un bunker. I richiami più forti sono arrivati dalla Ragioneria Generale nel marzo scorso e da ultimo dall' Assessore Baccei a fine ottobre.
Nel 2014 le partecipate hanno avuto ufficialmente un costo di 272 milioni di euro, ma secondo la Corte dei Conti si tratterebbe di un dato sottostimato, perché non comprende i costi per rapporti di collaborazione, consulenze, rapporti atipici, ecc. e per quelle voci allocate nei bilanci societari tra i costi per servizi. In complesso, le partecipate occupano 20 dirigenti, 340 quadri, 4.667 impiegati, 2.300 operai e 98 interinali, per un totale di 7.327 dipendenti. «Nell' ultimo quinquennio i costi, ancorchè incompleti e non comprensivi delle tante in liquidazione, assurgono a oltre 1.315 milioni di euro».
Le dimensioni e la rilevanza collettiva delle partecipate in Sicilia non sono omogenee; basti considerare che le prime quattro società assorbono da sole il 90% della spesa sostenuta dalla Regione; sono la SEUS (servizio 118), la S.A.S. (gestione dei siti museali e servizi alla sanità), Riscossione Sicilia (gestione dei tributi) e l' AST (trasporto pubblico su gomma). In sostanza qualunque economia di spesa può riguardare, in prima battuta, il residuo 10% della galassia delle partecipate, anche se ovviamente non si può escludere nessuna società dalla doverosa ricerca dell' efficienza interna e dell' efficacia verso la collettività che ne sostiene i costi.
Senza considerare gli enti in liquidazione e la Mediterranea Holding (impresa di navigazione che mai ha solcato i mari), si tratta in tutto di 19 società. La fotografia che ne scatta la Corte dei Conti non lascia spazio alla fantasia; «c' è un quadro di gravi, diffuse e sedimentate criticità», come del resto lascia pochi dubbi circa la funzione sottesa. Le società partecipate sono state «utilizzate non già come soluzione efficiente per il migliore perseguimento di scopi pubblici, ma piuttosto come strumento elusivo di divieti e vincoli legislativi».
Alcune società sono per ovvii motivi inamovibili, altre non hanno un ruolo preciso, altre ancora si inseriscono, con ampi margini di miglioramento, tra i soggetti necessari al buon funzionamento della Regione.
Quale che sia la scelta, il «nuovo» governo regionale si trova a misurarsi ora con un problema complesso e dalle molteplici ricadute.
È l' occasione per dare concretezza alle poche promesse di cambiamento fin qui annunciate ed alla tante che (forse) arriveranno. Esponenti di peso e di esperienza della politica siciliana occupano oggi i vertici delle Istituzioni siciliane. A loro non si può neanche dare l' alibi della scarsa conoscenza dei fenomeni, né può sfuggire la difficile, quanto obbligata, ricerca di soluzioni concrete.
Se ci sono spazi di servizio alla collettività, da coprire utilmente con affidamenti in house e quindi diretti, lo si faccia subito ed in trasparenza; se c' è da dare corpo a società impegnate in funzioni nevralgiche, lo si faccia senza tentennamenti e trovando le giuste deroghe; se ci sono società dall' evidente profilo manifatturiero, si cedano subito alla gestione privata; se ci sono società dedite alla innovazione tecnologica ed alla ricerca, se ne affidi rapidamente la conduzione alle Università siciliane; se ci sono società da cancellare, lo si faccia subito risparmiando ai siciliani, oltre al danno subito, almeno la beffa di liquidazioni infinite.

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