Mercoledì, 19 Febbraio 2020
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L'ANALISI

Boom agricoltura in Sicilia frenato da servizi scarsi e tante terre incolte

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Appena qualche anno fa avremmo considerato irrealistico che i giovani interessati a lavorare in agricoltura potessero risultare il triplo di quelli attratti da un lavoro in banca.
Eppure secondo la Coldiretti oggi è proprio così. Persino le iscrizioni alle scuole superiori vedono primeggiare, con un forte divario, gli studenti in materie attinenti l'agricoltura e l'enogastronomia. C'è poi un fatto nuovo e significativo; arrivano gli agricoltori di prima generazione. La metà di loro è laureata. Messa da canto l'immagine sbiadita del contadino vecchia maniera, la ricetta è molto semplice: l'agricoltura è un'impresa come un' altra, forse con qualche debolezza in più; su queste debolezze occorre intervenire.
Tutto, però, risulta più veloce nel Nord e più arduo in Sicilia dove sparisce l'agricoltore vecchia maniera ma non si dà molto spazio all' agricoltore nuovo.
La Sicilia, la prima regione italiana per superfice agricola, occupa un posto di rilievo nella produzione italiana, anche se resta penalizzata da problemi cronici mai completamente superati. Solo negli ultimi anni le aziende agricole siciliane hanno iniziato un lento processo di crescita dimensionale. Oggi abbiamo superato i 6 ettari per azienda, ancora troppo poco rispetto ai 18 ettari medi della Lombardia ed ai 14 dell'Emilia Romagna, anche perché in Sicilia abbondano i pascoli ed i seminativi che richiedono grandi superfici ma danno pochi ricavi. La polverizzazione aziendale è un male antico per l'Isola. Che reddito può generare un'azienda di pochi ettari? Forse quanto basta a sopravvivere.
La difficoltà ad accedere al credito è l' altra faccia di una dimensione aziendale insufficiente, cui si accompagna, quasi sempre, la scarsa diffusione di macchine agricole. In poco meno di 1,4 milioni di ettari di superficie utilizzata in Sicilia, il 44% è occupato dai seminativi, seguiti dalle colture legnose (25%) e dai pascoli (20%). I ricavi maggiori arrivano dalle produzioni orticole e dalle colture legnose ma le dimensioni medie per azienda restano asfittiche: 2,8 ettari per quelle avite, 1,9 ettari ad agrumi, 1,5 ettari a frutta ed appena un ettaro in media per un'azienda che coltiva olive.
Secondo il sito «Linkiesta», la produzione olearia italiana coinvolge oltre 700 mila aziende agricole, quasi 5 mila frantoi e 220 imprese industriali. L'Italia è il secondo produttore mondiale di olio d' oliva e il terzo produttore europeo di olive da tavola. Eppure siamo il primo importatore mondiale di olio. Che cosa non potrebbero fare, di più e meglio, regioni come la Puglia, la Sicilia o la Calabria? La Sicilia da sola coltiva 15 mila ettari ad olivo considerando soltanto il metodo biologico.
L'agricoltura siciliana soffre per altri due handicap; scarsa irrigazione e povertà di allevamenti. La zootecnia, a differenza delle colture agricole, è meno soggetta all’incostanza delle produzioni agricole e rappresenta uno stabilizzatore delle entrate dell'imprenditore agricolo; ma il confronto con il resto d'Italia è impietoso. In Sicilia si sfiorano i 400 mila capi tra bovini e suini; nel nord si raggiungono i 12 milioni di capi. Gli 850 mila ovini e caprini della Sicilia annichiliscono rispetto 3,3 milioni della Sardegna. Quanto all'acqua, la Sicilia vive la profonda contraddizione di essere ben dotata di bacini artificiali per la raccolta e povera di sistemi di distribuzione. Alla fine la superficie siciliana irrigua è di circa 150 mila ettari, l'11% della superficie utilizzata, rispetto al 46% del Nord-Est. E stendiamo un velo pietoso sui consorzi di bonifica.
Risultano ancora attardate la promozione e la tutela dei prodotti agricoli. I consumatori dei Paesi europei mostrano un crescente interesse per la qualità.
Per soddisfare questo interesse, sono state introdotte a livello comunitario le specifiche certificazioni Dop, Igp e Stg. Le specialità agroalimentari italiane con questi marchi (escluso il settore vinicolo) riconosciute e tutelate dalla Ue sono, secondo l'Istat, 261. Si tratta del numero di certificazioni più alto d' Europa; seguono infatti la Francia con 208 prodotti tutelati e la Spagna con 173. Tuttavia, oltre la metà delle aziende italiane certificate è localizzata in sole tre regioni: lattiero -caseario in Sardegna, olivicolo in Toscana e ortofrutticolo in Trentino-Alto Adige (mele). E che fa la Sicilia? Appena nove marchi di tutela, il 3% del totale italiano.
Una situazione opposta, ma altrettanto sconfortante, rispetto alle colture biologiche che vedono la Sicilia essere la prima regione per numero di aziende e superfici coltivate, con il 20% circa di tutta la superficie a «biologico» d'Italia, ma buona ultima nella trasformazione, lasciando agli altri i ricavi maggiori. Una situazione che ricorda molto da vicino gli anni nei quali dalla Sicilia partivano intere navi cariche di vino sfuso per andare a dare un po’ di corpo ai timidi vinelli francesi; oggi l' imbottigliato siciliano si muove nel mondo, ma quanto ci è voluto?
C' è infine una questione che sembra minore, ma che tale sicuramente non è: l' accessibilità degli operatori agricoli alle proprie aziende. Manca di tutto: strade principali e secondarie, elettricità, collegamenti internet, ricezione telefonica. Anche se non è un tema da «convegni» è molto arduo immaginare che senza questi interventi dal basso, senza queste infrastrutture elementari, sia possibile mettere mano ad una seria rivalutazione dell'agricoltura siciliana. Il resto infatti servirebbe a poco.
Che cosa necessita dunque alla Sicilia? Favorire la crescita dimensionale delle aziende agricole e la cooperazione per fare economia di scala, accrescere la presenza degli allevamenti, incrementare la diffusione dei marchi di qualità, promuovere le attività di trasformazione e vendita dei prodotti biologici, dare impulso all' export, sostenere la meccanizzazione, agevolare il ricorso al credito, supportare la vendita e principalmente dare accessibilità e servizi alle campagne siciliane. Con una dimensione media tanto piccola delle nostre imprese, la grande distribuzione avrà sempre il sopravvento, mentre la vendita diretta attraverso il web (magari attraverso un catalogo delle nostre eccellenze gestito dalla Regione Siciliana) aprirebbe le porte del mondo. Se poi però manca persino il segnale telefonico, tutto passa in secondo piano.

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