Mercoledì, 27 Maggio 2020
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L'ANALISI

Lavoro, ambiente e turismo: ecco perché serve il ponte sullo Stretto

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Sono sei milioni, 940 mila, 540; sono i passeggeri che nel 2014 hanno utilizzato un mezzo navale, pubblico o privato e pagato il relativo biglietto, per attraversare il braccio di mare che separa la Sicilia dalla Calabria. Tutto si può dire sul Ponte di Messina, tranne che "non serve"! È irrispettoso e fuorviante. Anche perché, insieme a quasi sette milioni di persone che attraversano lo Stretto ogni anno, ed in buona parte pendolari, sulla stessa tratta marina si muovono ogni anno 2,3 milioni di autovetture, 1,2 milioni di mezzi commerciali, 21.400 treni e 5,6 milioni di tonnellate di merci.
Si può affermare che in un Paese afflitto da gravissimi problemi di mobilità come l' Italia ed il suo Mezzogiorno, il ponte non sia un' opera prioritaria? Si può ignorare che il porto di Messina è il primo d' Italia ed il settimo in Europa per numero di passeggeri? Si può ignorare che con i soldi necessari a costruire il ponte si realizzano appena 103 chilometri di linea ferrata veloce? Si può tacere sul fatto che due terzi dei capitali necessari alla costruzione verrebbero apportati da investitori privati? Si può tacere che il ponte Akashi in Giappone, con la maggiore campata al mondo, ha resistito al violentissimo terremoto di Kobe, quando persero la vita più di seimila persone?
Ma davvero si può dire che il ponte di Messina è un' opera inutile?
Sono forse inutili i circa 4 miliardi di euro che alcuni operatori privati investirebbero in un' opera unica la mondo? Sono forse inutili i circa due miliardi di euro che investirebbe lo Stato, ma solo per costruire le necessarie opere di raccordo tra il ponte e le linee ferrate e stradali, liberando Messina dal nodo scorsoio del traffico pesante.
Insomma, quella del Ponte sembra tutta una bella storia, caduta sotto i colpi della più sfrenata ideologia pilotata di massa e sotto i colpi della irrilevante priorità (questa sì davvero) di cui solitamente godono le opere pubbliche necessarie al Mezzogiorno.
Il ponte di Messina darebbe lavoro a 18 mila persone per otto anni ed a circa tremila persone a tempo indeterminato per la manutenzione ordinaria. Per la sua costruzione non richiederebbe l' importazione di materiali dall' estero, dal momento che acciaio e cemento sarebbero di origine nazionale. Sarebbe una straordinaria occasione di valorizzazione delle già note competenze ingegneristiche italiane. Rappresenterebbe un fortissimo richiamo per i flussi turistici; agevolerebbe l' export delle produzioni siciliane (agricole e non solo) verso i grandi mercati nazionali ed esteri. Libererebbe lo stretto da un pesante inquinamento ambientale; una nave emette circa 50 volte più zolfo di un camion per tonnellata di carico trasportato, per tacere del gravissimo problema dell' acqua di zavorra che vie caricata in un porto e scaricata in un altro. Nel dicembre del 2011 il governo Monti revocò il finanziamento per realizzare il ponte. Fu chiaro, fin dal primo momento, che la disdetta unilaterale del contratto avrebbe prodotto una richiesta di risarcimento danni a nove zeri. E non sorprende che sia partita, secondo il Sole 24 Ore, una richiesta per circa 1,2miliardi di euro, cui si accompagnano i ricorsi alla Corte europea ed al TAR del Lazio. Per una anacronistica visione della politica, esponenti della “sinistra” e della “destra” hanno voluto ridurre il confronto sul ponte ad una banale contrapposizione ideologica, adducendo le più varie argomentazioni. È davvero paradossale che una grande infrastruttura, che potrebbe rilanciare la Sicilia e l’intero Mezzogiorno continentale, sia diventata l’occasione, di volta in volta, per impedire il trionfo del principe (leggasi Berlusconi) o per riaffermare i valori dell’Autonomia, o sia stata vista piuttosto come un attentato al paesaggio o persino come un impedimento al transito delle balene. Ma non di balene dovremmo preoccuparci, ma delle opportunità straordinarie che si accompagnerebbero ad un’opera di tanto rilievo. I modi classici di contrasto alle grandi opere in Sicilia, sono abbastanza stereotipati: o si minaccia un’aggressione all’ambiente o si sventola il vessillo della criminalità organizzata. Nel caso del ponte una delle chiavi di volta è proprio la mafia, argomento che si presta alle più diverse analisi. Sembra però sfuggire a chi, da una parte e dall’altra, sbandiera il vessillo del rischio di infiltrazioni mafiose che il cittadino elettore, specie in Sicilia, non si aspetta da chi si candida a governarlo una resa alla mafia, quanto invece il più determinato contrasto. Dagli incidenti stradali ci si difende con uno stile di guida accorto, non certo restandosene a casa! Ora a noi sembra chiaro che abdicare alla mafia rappresenti comunque una sconfitta e che non sia più tempo di gigioneggiare, facendo leva sulle contrapposizioni ideologiche. Come auspicava un ex presidente del consiglio, piuttosto che spaccare l’Italia tra destra e sinistra, spacchiamola in una durissima contrapposizione tra chi paga le tasse e chi no! Come dire non smarriamo il senso della concretezza. Per la prova di se che fino ad ora ha dato il premier Renzi, è da credere che se il tema ponte tornasse nell’agenda del Governo, non sarebbero i tradizionali giochetti della politica a prevalere; è da ritenere infatti che, in tale ipotesi, la questione sarebbe dissezionata sul tavolo delle argomentazioni tecniche e non sul tavolino spiritico della evocazione dei fantasmi. Sarebbe bello se il ponte di Messina fosse realizzato o, in alternativa, collocato definitivamente in cantina, soltanto dopo un’analisi rigorosa dei costi e dei benefici, capace di espungere i tatticismi ed i micro interessi che affollano il nostro quotidiano.

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