Venerdì, 04 Dicembre 2020
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L'INTERVISTA

Sangalli: «Il Paese è in ripresa ora il taglio delle tasse»

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La luce della ripresa comincia a mostrarsi in fondo al tunnel. Non è forte come ci si aspetterebbe ma sicuramente è il segnale che la congiuntura comincia a cambiare verso. L’ufficio studi di Confcommercio, tradizionalmente prudente, si lascia andare a qualche considerazione positiva. Parla di «indizi di vitalità nell’ambito dei servizi» e mette in luce il timido aumento della domanda interna, anche se la cautela sull’intensità della ripresa in atto è d’obbligo. Per spingere più in alto la congiuntura sarebbe necessario un deciso taglio delle tasse. Ma sarà possibile e a quali condizioni? Ne parliamo con Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio.

Presidente, come giudica i nuovi dati sul Pil?

«Le previsioni riviste al rialzo indicano inequivocabilmente che il Paese in una qualche misura si è rimesso in moto. Anche se la prudenza è d’obbligo perché questo livello di ripresa non è sufficiente ad assicurare un ritmo di crescita più sostenuto e perché prima bisogna evitare che scattino le clausole di salvaguardia. Una "mina" da disinnescare che vale 70 miliardi di tasse in più nel prossimo triennio e la cui attivazione sarebbe un vero e proprio colpo di grazia per i consumi».

Quali sono le vostre previsioni per l’anno in corso?

«Il nostro ufficio studi prevede una crescita del Pil dell’1,1% e dei consumi dell’1,2%. Una previsione che credo possa essere rispettata perchè una serie di indicatori vanno in questa direzione: mi riferisco alla favorevole congiuntura internazionale, alla fiducia di famiglie e imprese ai massimi degli ultimi due anni, al positivo andamento dell’occupazione, al costo del petrolio a prezzo di "saldo" e, soprattutto, alla crescita del fatturato dei servizi che ha fatto registrare il miglioramento maggiore dal 2011».

Questo quadro vuol dire che siamo usciti definitivamente dalla crisi?

«Sicuramente dopo sette anni di recessione durissima che ha colpito tutti i settori e tutti i territori e in cui ogni italiano mediamente ha perso 2.100 euro di consumi, abbiamo finalmente abbandonato il segno meno. Ma da qui a dire che abbiamo rimesso il Paese sui binari di una crescita robusta e duratura ce ne corre».

Qual è la vostra ricetta?

«Serve una politica fiscale che non sia un ostacolo al miglioramento della domanda delle famiglie, ma sia, invece, "distensiva" e che abbia come obiettivo quello di una riduzione generalizzata, certa e sostenibile del carico fiscale. Per far questo la via maestra è quella di attuare una doppia sottrazione: meno tasse, meno spesa improduttiva. Un terreno, quest’ultimo, dove, senza tagli lineari e indiscriminati ma con interventi puntuali e mirati, si possono ridurre sprechi e inefficienze che, a livello territoriale, ammontano oggi a 23 miliardi di euro».

Qual è lo stato di salute delle vostre imprese?

«Le imprese, soprattutto quelle del terziario, che vivono prevalentemente di domanda interna, continuano a soffrire. Nei primi sei mesi del 2015, infatti, hanno già chiuso 35mila esercizi al dettaglio che vanno ad aggiungersi agli oltre 64mila che hanno abbassato definitivamente la saracinesca nel 2014. Nonostante queste difficoltà i nostri imprenditori, gli imprenditori del commercio, del turismo, dei servizi e dei trasporti, non hanno perso la voglia e la determinazione di fare impresa. E oggi queste imprese rappresentano una parte essenziale del Paese che vale oltre il 40% del Pil e dell’occupazione».

E sul fronte del credito com’è la situazione?

«Il nostro Osservatorio congiunturale registra qualche segnale di miglioramento negli ultimi mesi: aumenta il numero di imprese in grado di far fronte autonomamente ai propri impegni finanziari e aumenta leggermente anche la quota di imprese a cui viene accordato il credito richiesto. Resta però ancora troppo basso il numero di imprese che accedono a nuovi finanziamenti: sono solo 7 su 100».

Il reddito del Sud è la metà di quello del Nord: come si recupera sul piano dei consumi questo tremendo divario?

«Il grande problema del Mezzogiorno è la cronica incapacità di creare occupazione e redditi per le famiglie che possano tradursi in consumi e quindi in fatturati delle imprese. Il modello di industrializzazione forzata utilizzato in passato per creare occupazione non ha funzionato e ha generato un grande sperpero di risorse pubbliche. Oggi l’unico "interventismo" pubblico che possiamo permetterci è quello dei fondi strutturali europei. Sono risorse che vanno spese bene, concentrando gli sforzi su quella vocazione naturale all’export del Mezzogiorno che si chiama turismo e che in quest'area non è adeguatamente valorizzata»

Un'ultima domanda: cosa ne pensa della promessa di Renzi di abbassare le tasse su famiglie e imprese nei prossimi tre anni?

«L’attuale pressione fiscale è incompatibile con qualsiasi prospettiva di ripresa e quindi mi pare che la scelta sia obbligata. E confidiamo nella piena realizzazione di questo annuncio».

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